Il dolore ha la forma di un Pois
Di Veronica Bonato
In ascolto
“Quando scrivo di un’arte sfrangiata che perde i suoi bordi, i suoi margini, e che si fonde con i margini scomodi e tristi e problematici del presente, voglio dire in fondo anche questo: abbiamo un disperato bisogno di un’arte che, consciamente, sia in grado di confondersi con la realtà.”
Contro l’arte fighetta, C. Caliandro (2023)
I pois colorati di Yayoi Kusama sono patinati di tragica tristezza. Grandi fiori, distese falliche, colori sgargianti, forme semplici che si ripetono e una donna giapponese che nel 1957 fa le valigie e scappa in America per studiare arte. Con Yayoi il meccanismo è simile a quello che ritroviamo in personaggi come Charlie Chaplin: la leggerezza diventa una forma attraverso cui il dolore può trovare espressione. Il suo paese delle meraviglie, come amava definirlo, è la terapia di una donna che ha saputo dare forma al proprio dolore, comprenderlo e trasformarlo attraverso l’arte.
Molti chiamerebbero questo approccio arte terapeutica, ma forse è più interessante definirlo arte empatica. La dimensione empatica è infatti, etimologicamente, quella della sofferenza condivisa. In questo senso l’empatia diventa il gioco di indossare la pelle dell’altro, un’immedesimazione continua di un essere in un altro. Yayoi lo manifesta fin dalla tenera età, crescendo con una madre troppo rigorosa e un padre fedifrago che era costretta a spiare.
Ripensando alla sua infanzia e al primo incontro con l’arte, Yayoi ricordava i momenti in cui, distesa sul pavimento di casa, riempiva in fretta interi fogli di pois, prima che sua madre potesse raggiungerla e strapparli. Di quel periodo raccontava: «C’era una luce accecante, ero abbagliata dai fiori. Mi guardavo intorno e quell’immagine persisteva: mi sembrava di sprofondare, come se quei fiori volessero annientarmi».
Yayoi nasce il 22 marzo 1929, sotto il segno dell’Ariete. Passionale e appassionata, inizia a manifestare i primi segni di allucinazione a soli dieci anni. Non è chiaro se i suoi genitori ne fossero pienamente consapevoli o se la considerassero soltanto troppo strana. Affetta da un disturbo ossessivo-compulsivo, racconta di vedere enormi fiori terrificanti che dalle tovaglie si spargono a macchia d’olio su ogni cosa, persino sul suo stesso corpo; un anno dopo le zucche di suo nonno iniziano a parlarle.
Molti possono pensare che i disturbi mentali esercitino un forte potere sull’arte, che la predisposizione a lasciarsi andare completamente, senza filtri, aiuti ad abbandonarsi del tutto a sé stessi e a raggiungere quel livello di decostruzione della persona che permette di arrivare all’opera. Ma non è così per Yayoi: lei è padrona del suo tempo. Arriva a New York durante gli anni del nascente Fluxus, delle performance, dell’amore libero. Con la promessa di frequentare una scuola di etichetta — in cui non metterà mai piede — e di studiare parallelamente arte, Yayoi inizia a dare un volto a tutte le sue voci.
In quegli anni l’imborghesimento che oggi ha preso piede nel mondo dell’arte era forse una prospettiva impossibile da immaginare: il Giappone stava contribuendo in maniera decisiva alla diffusione di un’arte radicata nella dimensione del sociale. È dentro questa tensione che Yayoi si muove, portando con sé un’idea di arte che non ha bisogno di stare al proprio posto.
Come altre sue coetanee e connazionali, appartiene a una generazione di donne nipponiche destinata a cambiare per sempre la storia dell’arte. Ma prima dell’amore libero e dell’affermarsi della performance art ci sono gli anni segnati dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il Giappone, sconfitto e sottoposto all’occupazione statunitense, attraversa una profonda trasformazione sociale e culturale. È in questo clima che nascono i primi movimenti di rottura, animati da una sensibilità che oggi potremmo ricondurre alla Junk Art: movimenti che aprono la strada a un nuovo modo di intendere l’arte, un’arte che esce dai musei per entrare nella vita delle persone, lontana dalla patina estetica, concettuale ma allo stesso tempo profondamente concreta.
Yayoi non sposa mai del tutto il movimento Fluxus; la sua vicinanza concettuale a esso risiede piuttosto nel carattere istintivo con cui ha sempre vissuto e concepito il fare arte. Aveva bisogno dell’arte tanto quanto l’arte aveva bisogno di lei.
L’infanzia la tormenterà per quasi tutta la vita: quei fogli strappati dalla madre diventano l’emblema del suo approccio alle superfici, ardente, enfatizzato, velocissimo. A poco a poco i pois escono dai fogli e ricoprono ogni muro, ogni soffitto, persino i suoi abiti. La sua produzione non si fermerà mai, nemmeno negli anni dell’istituto psichiatrico. L’arte non è più soltanto il luogo in cui Yayoi riversa ciò che vede, ma il modo attraverso cui riesce a renderlo visibile agli altri. Arte empatica.
Quello che sorprende maggiormente di un’artista come Yayoi è proprio questo paradigma dolore/eccentricità: i suoi mondi prendono forma da una necessità quasi primordiale di essere vomitati fuori e diventano un simbolo mondiale di libertà e immaginazione.
“Un pois ha la forma del sole, che è un simbolo dell’energia del mondo intero, e anche la forma della luna, che è quieta… La nostra terra è solo un pois fra milioni di stelle nel cosmo. I pois sono una via verso l’infinità”
