Cinema ·
Abbandonare la speranza è la più potente forma di ottimismo che ci rimane
Di Simone Resigotti
In ascolto
“Anche se non lo vogliamo ammettere, siamo già arrivati alla fine del mondo. Non sappiamo ancora bene quale sarà la forma di questa fine, ma sappiamo per certo che ci siamo arrivati.”
Sono queste le parole che restano in testa dopo l’incontro che ha seguito la prima mondiale di The Pervert’s Guide to Utopias, l’ultimo film diretto da Sophie Fiennes sul pensiero di Slavoj Žižek, uno dei filosofi e teorici politici contemporanei più conosciuti e controversi. Nato a Lubiana nel 1949, il suo lavoro mette insieme Hegel, Marx e la psicoanalisi di Jacques Lacan, applicandoli alla politica, alla cultura, alla società contemporanea e soprattuto al cinema. Žižek, infatti parla continuamente di film. Per lui il cinema è un laboratorio di osservazione della realtà attraverso il quale dare risposte alle domande del nostro tempo difettoso.
Con The Pervert’s Guide to Utopias, fuori concorso alla mostra del cinema di Venezia, si conclude la collaborazione ventennale tra lui e Sophie Fiennes, iniziata nel 2006 con The Pervert’s Guide to Cinema e proseguita con The Pervert’s Guide to Ideology (2012). Un opera che, attraverso i film, comunica senza mezzi termini quanto il cambiamento non sia una possibilità, bensì una necessità da abbracciare con forza.
Eppure, in un mondo in cui assistiamo al declino della civiltà occidentale dal tetto di un’inevitabile crisi climatica di cui siamo i soli responsabili, cambiare le cose è diventato sempre più impossibile. Ed è proprio un film in concorso a Venezia a dircelo: *Wild Horse Nine —*l’ultimo di Martin McDonagh— quando il protagonista, interpretato da John Malkovich, afferma che l’unico modo per cambiare davvero le cose è sparare a vista e uccidere tutti i responsabili di questa catastrofica stasi.
Ma in questo momento tragico, allora, qual é il ruolo dell’arte?
Noi di Arteismo ce lo chiediamo da tanto tempo. Questa domanda è stata la benzina con cui abbiamo alimentato il motore di tutto ciò che facciamo.
E forse, adesso, un frammento di risposta ce lo può dare proprio Žižek, con la sua caustica oggettività, quando ci dice che la speranza non è più valida. Perché la speranza è la scusa di chi non vuole agire.
È un’ideologia che viene in nostro soccorso, aprendoci gli occhi su quanto l’essere umano possa essere pienamente consapevole che un determinato meccanismo sociale sia assurdo, ma continuare comunque a comportarsi secondo quel meccanismo. Basta pensare a Instagram: sappiamo benissimo che crea aspettative irreali, che gli influencer vendono uno stile di vita costruito e che il sistema pubblicitario manipola i nostri desideri e uccide la nostra serenità. Eppure siamo qua, a leggere l’ennesimo post, consapevoli di tutto, ma continuando comunque a parteciparvi.
Žižek prova da anni, in tutti i modi, a farci guardare in questa direzione attraverso la lente dei film. Ed è bello pensare che una qualche forma di guida al cambiamento possa passare per il cinema, questa stupenda macchina che produce fantasie e che ci insegna a desiderare, senza mai limitarsi a rappresentare la realtà**,** ma contribuendo a costruire il nostro modo di immaginarla.
E allora, in questo momento tragico, abbandonare l’agiatezza dello sperare sarà la scintilla che farà dell’azione l’unica reale possibilità di cambiamento. E forse inizieremo guardare altrove. E ci rivolgeremo all’arte. Perché essa avrà il potere di immaginare un’altra realtà e poi di ritrarla, nel modo più accurato e bello che ci sia, cosicché più persone possibili ne possano fare esperienza e imparare a desiderarla così intensamente da avere il coraggio di bruciare tutto pur di vederla accadere.
