Strane Narrazioni: Uketsu e il romanzo nell’era digitale
Di Alice Ferretti
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L’era digitale ha fatto sì che persino i più fedeli amanti della carta iniziassero a percepire i libri come oggetti poco interattivi, quasi fuori tempo in un mondo dominato dai social e dall’intelligenza artificiale. Come possono, allora, trovare il loro posto in questo vortice continuo di stimoli che spezza la nostra attenzione e ci abitua a consumare ogni contenuto con la stessa rapidità con cui lo dimentichiamo?
Una possibile risposta arriva in Italia da Stile Libero, la collana di Einaudi che storicamente si è proposta di fare spazio a «ciò che sta accadendo di nuovo e che le macchine editoriali non registrano». Dopo la stagione gloriosa degli anni Novanta l’obbiettivo programmatico sembrava essersi perso, con l’assestamento della collana sulla pubblicazione di storici, noir e letteratura di genere di grande consumo, per lo più italiana e americana. Poi, l’estate scorsa, per Stile Libero esce Strani disegni, opera dell’artista transmediale Uketsu.
Uketsu, in giapponese “buco della pioggia”, emerge dai meandri di YouTube nel 2018. Nei suoi video parla con la voce distorta di una bambina, indossa una maschera di cartapesta bianca e una tuta nera. Nel suo caso l’anonimato non è solo questione di marketing o protezione della propria privacy – come già è stato negli scorsi decenni per personaggi celebri della scena musicale come Sia, Marshmallow, Liberato. Il suo costume nero è omaggio alla figura del kuroko, il tecnico di scena del teatro tradizionale giapponese, che pur salendo sul palco deve essere invisibile per lasciare spazio alla narrazione. La maschera vuota di Uketsu non fa solo spazio alla storie, ma anche a noi spettatori che nelle sue orbite possiamo proiettare le nostre paure e inquietudini. Questo è il meccanismo anche alla base delle sue opere.
Uketsu non scrive semplici romanzi, ma narrazioni aumentate. Opere come Strani disegni e l’ultimo Strane case nascono come “audiobook visivi” su YouTube prima di diventare manga, libri, veri fenomeni culturali. In queste storie l’immagine non è un accessorio, ma il motore dell’indagine: planimetrie deformi, schizzi infantili e diagrammi scientifici diventano indizi grafici che il lettore deve ruotare, ingrandire e decifrare, trasformando la lettura in un’esperienza simile a un videogioco investigativo. Il lettore cessa così di essere un osservatore passivo e assume il ruolo di detective, contemporaneamente ai personaggi del romanzo.
Questo meccanismo — una storia che si ricompone solo attraverso lo sforzo collettivo di decifrazione — non è isolato nel panorama contemporaneo. In Occidente lo abbiamo già visto negli Alternate Reality Games, le narrazioni transmediali disseminate su più piattaforme e ricostruite in tempo reale da intere community: il caso più noto resta la mitologia di Slender Man nata dalla serie Marble Hornets, dove filmati amatoriali, forum e commenti sono diventati parte integrante della narrazione tanto quanto i video originali. Uketsu applica la stessa logica puzzle a un formato editoriale più tradizionale, portando su carta la grammatica narrativa del nuovo millennio.
In Strane case, ultima uscita, l’orrore si radicalizza nell’assenza: stanze senza finestre, planimetrie impossibili, corridoi che sembrano non portare da nessuna parte. Non sono i mostri a spaventare, ma gli spazi stessi, familiari eppure sbagliati. Un’estetica che ha un parente strettissimo nella cultura visiva nata online negli ultimi anni: le Backrooms, il fenomeno partito da un’immagine anonima su 4chan e poi esploso in una vera e propria mitologia condivisa, fatta di moquette gialla, luci fluorescenti e stanze uguali all’infinito - oggi al cinema come lungometraggio.
Il vuoto è causa e motore dell’orrore delle narrazioni uketsiane. I suoi assassini sono madri dalla maternità deforme, bambini usati per ammazzare — sono il prodotto di una realtà strutturata ma mai del tutto riempita, dove l’individuo non esiste sotto la maschera, al di là del suo ruolo sociale. I romanzi di Uketsu riescono a portare su carta i meccanismi delle narrazioni digitali. Ci rendono agenti, detective della narrazione, con il controllo nelle nostre mani, come per ogni altro contenuto narrativo della nostra epoca.
Resta una domanda aperta: nel prendere i modi di videogiochi, reel, post, queste strane narrazioni non sono forse contenuti che generano la stessa scarica dopaminica del one-sitting, tarata sulla soddisfazione istantanea e destinata a esaurirsi dopo pochi secondi, per poi lasciarci di nuovo consumatori in cerca dell’emozione successiva?
Riassumendo, il dubbio è se queste opere possano sottrarsi, nella struttura profonda, al meccanismo digitale di cui si fanno portatrici o se siano altrettanto estemporanee. Perché forse, ciò di cui si sente davvero la mancanza, nell’era dell’algoritmo, non è il mistero, ma il tempo per assorbirlo e ragionarlo.
