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Ieri, oggi, domani: i film a episodi per uscire dalla crisi
Di Amerigo Liberale
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C’è stato un tempo in cui il cinema italiano era popolato da un tipo di filmografia molto particolare: i film a episodi. Il termine è molto intuitivo: non si tratta di un singolo racconto unitario per la durata della proiezione, ma sono più storie, episodi, appunto, che stanno insieme per una continuità tematica, autoriale, attoriale o ancora perché presentano un impianto narrativo a cornice che include le varie storie.
Era un tipo di messa in scena che si sposava con il metodo di fruizione delle sale dell’epoca: si entrava a film cominciato, che veniva proiettato a ripetizione, e si usciva a ciclo terminato. Con gli anni è diventato, impropriamente, un genere a sé stante e ha fatto la fortuna della cinematografia italiana, per poi scomparire.
Ma se tornassimo a guardare a quel tempo in cerca di risposte per uscire dalla crisi del cinema italiano di questi anni?
La prima apparizione del film a episodi in Italia risale al 1952, con Altri tempi – Zibaldone n. 1 di Alessandro Blasetti: otto capitoli tratti da racconti italiani dell’Ottocento. Fu un successo, grazie anche ai protagonisti della pellicola – Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida, lo star system italiano del dopoguerra. Da allora i film a episodi spopolarono e raggiunsero grandi traguardi a livello internazionale, come i tre episodi di Ieri, oggi, domani, grazie ai quali Vittorio De Sica vinse il premio Oscar come Miglior film straniero nel 1963; indimenticabile la scena in cui Sophia Loren si spoglia di fronte a Marcello Mastroianni.
Ma non si tratta solo di commedie. Se si guarda all’opera di Pier Paolo Pasolini, i film a episodi sono stati una parte importante della sua produzione autoriale. Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972), Il fiore delle mille e una notte (1974) sono tre classici del cinema italiano che Pasolini ci ha lasciato in eredità. Ma anche quando è stato co-regista ha lasciato un solco indelebile nella storia della settima arte. Per esempio, l’episodio La Ricotta, con protagonista Orson Welles, situato all’interno del film Ro.Go.Pa.G. del 1963 – titolo che porta le iniziali dei cognomi dei quattro registi: Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti. O ancora l’episodio Cosa sono le nuvole? in Capriccio all’italiana del 1968 con l’ultima apparizione di Totò sulle note del brano di Domenico Modugno.
Grandi registi e grandi attori per storie piccole, ma non per questo secondarie. È questa la forza che ha reso il cinema a episodi un genere florido in Italia. E se da un lato gli episodi avevano spunti letterari, c’è stato anche un fortunato filone di film a episodi della commedia all’italiana. Uno su tutti: I nuovi mostri (1977), un’opera satirica con Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi in stato di grazia; si tratta del sequel del film di Dino Risi, che in questa occasione viene affiancato alla regia da Mario Monicelli ed Ettore Scola.
Quello che accomuna i due filoni, letterario e comico/satirico, è che gli episodi dei film erano spesso scritti e girati da autori e registi diversi. La parola chiave era: collaborazione. I produttori puntavano sui nomi in locandina per assicurarsi il successo del film, magari grazie a un solo episodio. E intanto, sfruttavano i periodi di pausa dei registi e degli attori tra un film e l’altro, richiedendo un impegno minore, ma una resa autoriale sempre di qualità.
Lo spirito collaborativo arrivò al picco con la collettivizzazione degli autori. È il caso della pellicola Signore e Signori, Buonanotte del 1976. In questo film a episodi, undici tra registi e sceneggiatori si riunirono sotto il nome di “Cooperativa 15 maggio” e diedero vita a una commedia sferzante, con una satira lucidissima che arriva ancora folgorante ai giorni nostri. Ai grandi nomi della regia – tra cui i già citati Scola e Monicelli, ma anche Nanni Loy, Luigi Comencini, il duo Age & Scarpelli, Leo Benvenuti – si uniscono sullo schermo i divi del momento: Mastroianni, Gassman, Tognazzi, Nino Manfredi, Paolo Villaggio.
La cornice narrativa è quella di un nuovo canale del servizio pubblico (idealmente la futura Rai 3, che sarebbe andata in onda solo tre anni più tardi), nel quale si susseguono alcuni programmi tra cui un Telegiornale, condotto da Paolo T. Fiume (Mastroianni). Undici episodi che veleggiano tra il grottesco e il paradossale, che sparano a zero su Chiesa, Stato, esercito, politica e sulla televisione stessa. E quindi troviamo il servizio su un imprenditore di Torino rapito da un gruppo terroristico che chiede i soldi del riscatto alla sua vera famiglia: gli operai delle sue fabbriche; una lezione di inglese che si rivela essere uno scontro tra due agenti della CIA; una tavola rotonda con gli ex-amministratori della città di Napoli che finisce con la spartizione fisica del plastico della città, fatto in realtà di torrone; e “il Disgraziometro”, un quiz in cui vince chi è afflitto dal maggior numero di disgrazie.
Con il tempo i film a episodi sono spariti dalla circolazione. Dagli anni ’80 hanno subito un forte calo, nonché un impoverimento tematico dovuto ai tempi. E negli anni ’90 ne sono stati fatti giusto una manciata, con un ultimo sorprendente colpo di coda: Caro diario, che valse a Nanni Moretti il premio per la miglior regia a Cannes nel 1994. Recentemente il genere ha mostrato qualche lampo di ritorno nel panorama internazionale: The French dispatch di Wes Anderson (2021) e Kinds of kindness di Yorgos Lanthimos (2024). Ma mancano di quella spinta artistica e comunitaria che rendevano unici i film a episodi degli albori.
Il cinema italiano sta indubbiamente attraversando un grande momento di crisi, legata soprattutto alla mancanza di fondi e a una certa diffidenza da parte del pubblico. Per superare l’isolamento in cui versa la settima arte, dovremmo rivoluzionare l’approccio con cui la pensiamo: non concentrarci sul caudillismo artistico, l’attesa del singolo autore-salvatore che risani magicamente le casse dei cinema. Non aspettare il film campione d’incassi e amato dalla critica da cui copiare la formula vincente da esportare nel mondo. Ma sparpagliare la produzione artistica in tanti episodi, così da incrementare il numero di voci all’interno dell’industria e soprattutto favorire la cooperazione tra diversi autori e registi. Ripartire dalla comunità, dal gruppo, dal reciproco aiuto e supporto. Ripartire dai film a episodi.
Durante gli anni di piombo e delle grosse crisi sociali, il film a episodi era un modo per fare comunità anche all’interno dell’ambiente cinematografico. I grandi autori lavoravano insieme; gli attori che hanno reso famoso il cinema italiano recitavano fianco a fianco. Insieme attraversarono anni difficili e di grandi cambiamenti, guardando con un occhio critico al presente, ma anche con tanta fiducia verso il prossimo. Non sarebbe male riportare in auge quello spirito comunitario in un sistema che ha bisogno di tutti per superare i problemi che lo affliggono. Perché da quegli anni e da quel modo di lavorare emerge un insegnamento da non dimenticare mai: il gruppo è più forte dei singoli. Anche quando si parla di film.
