È possibile catturare una nuvola?
Di Sara Innocenti
In ascolto
Quest’estate, a Parigi, c’era una nuvola in una stanza. Vederla lì, lontana dal suo cielo, evocava un desiderio infantile: catturare le nuvole. Finalmente chiunque poteva avvicinarsi abbastanza da scoprire quanto fossero soffici o, più probabilmente, bagnate. Tutto questo è opera di Fujiko Nakaya, artista giapponese che scolpisce le nuvole e le usa per ridefinire i confini del nostro sguardo sul mondo.
Dopo aver studiato a Tokyo, negli Stati Uniti e a Parigi, negli anni Sessanta mette da parte la pittura per dedicarsi alla produzione di nebbia su larga scala. Dagli anni Settanta Fujiko Nakaya crea delle vere e proprie sculture di nebbia: eccessi di materia, goccioline d’acqua che riempiono l’aria, presenze passeggere che si intromettono tra i visitatori e il mondo. Cloud #07156 è una di queste.
L’opera ha fatto parte della mostra “Clair-obscur”, curata da Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection, con la partecipazione della storica dell’arte Anne-Marie Duguet. Fino a metà settembre, la nuvola ha invaso La Rotonde, l’enorme sala affrescata al centro della Bourse de Commerce, facendosi attraversare dai visitatori mentre cresceva, si spostava, si gonfiava, alimentata più volte da un sistema di nebulizzazione ad alta pressione, con direzioni e intensità diverse. Una presenza opaca, inevitabilmente di intralcio, che impediva di vedere l’ambiente circostante con chiarezza.
Una volta dentro la sala, le persone le girano attorno prima di avvicinarsi lentamente, in silenzio. Sembrano adattarsi al suo ritmo, o forse tentano di anticipare i suoi spostamenti imprevedibili. Poi allungano un braccio, osservano le loro dita velarsi e si girano per intercettare l’ultimo sguardo di chi le riconosce, prima di sparire nella nebbia. Quando provano ad afferrare quella materia bianca e densa, tra le dita non resta niente.
Siamo abituati a pensare che, per vedere qualcosa, lo spazio tra noi e ciò che osserviamo debba essere vuoto, libero da elementi che possano nasconderne delle parti. Saremmo così in grado di vedere tutto e di sapere come sono davvero le cose, di distinguere il vero dal falso, di comprendere cosa è reale e cosa è frutto della nostra immaginazione. Ma se lo spazio tra noi e il mondo non fosse mai stato vuoto?
Nella lingua giapponese esiste una parola, ma (間), che indica proprio l’intervallo, lo spazio relazionale tra le cose. Cloud #07156 rivela ciò che normalmente sfugge alla nostra percezione e lo rende tangibile. L’antropologo Tim Ingold ha dedicato gran parte del suo lavoro a mettere in discussione l’idea che un osservatore sia separato e indipendente dall’ambiente che lo circonda. In realtà viviamo immersi in un sistema di relazioni, materiali, flussi e movimenti che ci attraversano e che contribuiamo a trasformare. Come si legge nel catalogo della mostra: “la nebbia materializza lo spazio stesso, affermando che non è vuoto”. La nuvola di Nakaya rende improvvisamente materiale questa condizione: ci ricorda che tra noi e il mondo c’è sempre qualcosa.
«La nebbia reagisce costantemente all’ambiente, rivelando e celando le caratteristiche del paesaggio. La nebbia rende invisibili le cose visibili e rende visibili le cose invisibili», spiega Fujiko Nakaya. L’opera si relaziona con elementi che non può controllare: aria, umidità, corpi che si muovono. «È una conversazione con il vento», spiega ancora Nakaya. Chi prova a fotografarla cattura un delicatissimo velo trasparente, o una creatura che minaccia di inghiottire i visitatori, raramente la forma di una nuvola proporzionata con la sala e la cupola affrescata. È un’opera che cambia di continuo, così come il nostro sguardo. Non esiste un punto di vista stabile, e neanche uno privilegiato.
Anne-Marie Duguet va oltre: «non è più una questione di punti di vista, singoli o multipli, bensì della visibilità stessa». Per lei la nebbia di Nakaya è un vero e proprio anti-panopticon. Il riferimento è al panopticon di Jeremy Bentham, ripreso da Michel Foucault come paradigma di un potere fondato sulla visibilità totale: uno spazio progettato affinché ogni corpo possa essere osservato da un unico punto privilegiato. La nuvola produce l’effetto opposto: le sue trasparenze intermittenti impediscono a un unico sguardo di dominare la scena.
La nuvola di Nakaya mette in dubbio l’idea che vedere significhi possedere completamente ciò che si osserva. Rompe l’illusione, che abbiamo tutti, di poter conoscere il mondo con certezza, una volta per tutte. Continueremo comunque a cedere alla tentazione di allungare lo sguardo per catturare ciò che ci circonda, alla ricerca di un punto di vista neutrale e definitivo. Ma non è possibile, così come non è possibile catturare le nuvole.
