Digger, 2026, regia di Alejandro González Iñárritu, © Warner Bros. Entertainment Inc

Cinema ·

Che cosa ce ne facciamo di tutta questa consapevolezza?

Di Simone Resigotti

In ascolto

Riguardo a Digger, critiche inutili a parte, si potrebbe parlare per ore di come sia la più accurata e lucida analisi della madre delle contraddizioni del nostro tempo. Eppure capirlo fino in fondo significa anche rendersi conto di quanto sia inutile farlo. Anzi, rischierebbe di alimentare lo stesso meccanismo che il film denuncia.

La verità è che siamo arrivati a un punto della storia in cui sappiamo tutto. Sappiamo che nelle stanze di chi ci governa siedono grottesche caricature incompetenti; siamo più che consapevoli di aver superato il punto di non ritorno; conosciamo il prezzo delle nostre comodità e guardiamo le fondamenta del mondo sgretolarsi davanti ai nostri occhi giorno dopo giorno.

Eppure siamo comunque paralizzati dall’impossibilità di fare davvero la differenza.

Tutti i bei discorsi di cui ci fregiamo nelle nostre rispettive bolle partono da un assunto comune, quello del “me compreso”. Affermiamo con convinzione di essere parte dello stesso capitalismo che critichiamo. Ne parliamo di continuo. Perché più siamo consapevoli del mondo in cui viviamo e più ci rendiamo conto di esserne complici, per il solo fatto di abitarlo. E allora contestiamo, critichiamo, marciamo nelle piazze, esprimiamo il nostro dissenso. Ma l’amara verità è che non lo facciamo per raggiungere uno scopo concreto, bensì per assicurarci che non succeda niente. Per tornare a casa con le coscienze a posto e la vaga impressione di aver fatto qualcosa.

Questo cortocircuito ci rende la generazione più consapevole, eppure anche quella più impotente. Aveva ragione Mark Fisher quando diceva che siamo a un punto tale di accettazione del capitalismo che siamo incapaci di immaginare un mondo in cui esso non esiste, e finiamo per chiedere al capitalismo stesso di attuare, al posto nostro, l’attivismo anticapitalista.

Per questo non c’è da stupirsi di tutte le polemiche sorte riguardo al flop di incassi, al ritiro dai cinema e alle critiche spezzate in due. Forse davvero non vogliono che vediamo questo film. Perché è potente, perché è ipnotico, perché ti fa staccare la schiena dalla poltrona della sala per sporgerti in avanti. Ma soprattutto, perché è un film che ti mette davanti al fatto che tutta la consapevolezza possibile non servirà a cambiare la realtà. E a qualcuno sarà pur venuto in mente che l’unico modo, allora, è distruggere le fondamenta di quella stessa realtà. Qualcuno si sarà reso conto che per avere ciò che non abbiamo mai avuto, dobbiamo fare ciò che non abbiamo mai fatto.