Musica ·
Battiato ci ha insegnato che in tre minuti si può dire quanto in un libro di mille pagine
Di Simone Resigotti
In ascolto
Esattamente trent’anni fa usciva L’imboscata, il diciannovesimo album in studio di Franco Battiato. Un disco fondamentale non soltanto per aver consegnato al mondo La cura, una delle canzoni più belle della musica italiana, ma anche per aver consolidato il sodalizio con Manlio Sgalambro, filosofo e paroliere autore di molti dei testi del cantautore siciliano. Una collaborazione iniziata nel 1994 e durata quasi vent’anni, durante i quali la musica dell’uno e le parole dell’altro hanno ampliato gli orizzonti della canzone d’autore, aprendola a nuove possibilità filosofiche e linguistiche.
Gli anniversari servono a riportare alla luce ciò che vale la pena ricordare. Quello di L’imboscata è un’occasione per tornare non soltanto a La cura, ma all’intera opera di Battiato e alla sua capacità di trasformare una canzone in uno strumento di conoscenza.
Battiato è stato, in un certo senso, anche uno scopritore e un divulgatore. Possedeva migliaia di volumi e sapeva partire da un concetto, un’immagine o un’intuizione per costruirci attorno una canzone. È questa curiosità instancabile, insieme alla ricerca filosofica di Sgalambro, ad aver portato nei suoi testi parole, luoghi e riferimenti che difficilmente avremmo incontrato altrove. Questo approccio ha avuto una controindicazione incredibile: quella di ampliare lo spettro delle possibilità della canzone, rendendole dei veri e propri strumenti di scoperta.
Di colpo, nel nostro immaginario sono entrati luoghi lontani: la prospettiva Nevskij, che è la strada regina di San Pietroburgo, di cui Gogol’ ha scritto che nessun abitante di quella città la scambierebbe per quanto oro vi è al mondo. E viene da pensare che “prospettiva” è un bellissimo modo di chiamare una strada, che ci porta persino a ripensare al concetto stesso di strada.
Ma anche figure e tradizioni sconosciute, capaci di accendere domande del tipo: chi sono i dervisci rotanti? Che suono fa una cavigliera del Kathakali? Radio Tirana trasmette davvero musica balcanica? Da dove partono i treni per Tozeur?
Le canzoni di Battiato diventano così anche scoperte letterarie e filosofiche. È come quando, leggendo un libro, ci si imbatte in un concetto o in una parola di cui ignoravamo i significati. E allora la si cerca, seguiamo una traccia, ne scopriamo altre. E, quasi senza accorgercene, il nostro immaginario si allarga per fare posto a nuovi strumenti di comprensione del mondo.
Ascoltare Battiato, in questo senso, è una sorta di caccia al tesoro, dove i tesori sono le nuove lenti attraverso cui osservare la realtà e le chiavi che aprono parti di mondo che prima non conoscevamo.
Pensandoci bene, questo è esattamente il lavoro che svolgono i libri. E quindi, forse, il lascito più grande di Battiato è stato dimostrare al mondo che nei tre minuti di una canzone si può dire quanto in un libro di 400 pagine.
