Gli ultimi giorni di Pompeo: Andrea Pazienza e l’arte del fumetto
Di Simone Resigotti
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“Visceri sul tavolo”
Così Andrea Pazienza, da moltissimi definito il più grande fumettista italiano, definiva Gli ultimi giorni di Pompeo. Pubblicato per la prima volta nel 1987, un anno prima della sua morte a soli trentadue anni, non è un semplice fumetto, ma un’autopsia emotiva, un testamento letterario e personale che ha il potere di trascinare il lettore verso profondità smisurate.
Pompeo, oltre a questo, è anche un racconto diaristico e politico dell’Italia degli anni ottanta, schiacciata dal buio dell’eroina e vista dall’interno della sua voragine. Pazienza trasporta il lettore nell’abisso del suo inferno personale, mostrandogli le pieghe nascoste della fragilità umana e riportandolo in superficie con una dolcezza disarmante.
È impossibile non stare dalla parte di Pompeo, alter ego dell’autore, mentre precipita con lucidità spietata. Perché Pazienza non costruisce estetica, ma dice solo la verità, e lo fa nello stesso modo in cui si dice un dolore: senza regole.
Roberto Benigni, nel ricordarlo, scriverà:
«Non c’era mai poeticume nelle sue opere; era sempre duro, ma duro come lo può essere un bambino. Vedeva tutte le cose come le si vedono per la prima volta. Il suo tratto nel disegno era stravagante, un caos rigorosissimo. I suoi testi provenivano dal parlato; era un grande poeta, un linguista vero perché i suoi testi erano frutto di un genio letterario innato».
Nell’ultima ristampa di Coconino Press, l’introduzione, firmata da Vasco Brondi, descrive Pompeo con le parole di una delle tavole: “come un attore tragico, un dramma di Shakespeare in provincia”. E in effetti lo è. Ma è anche un’opera irripetibile che fonde diverse espressioni artistiche: le tavole escono da ogni schema di impaginazione, i testi si fondono al disegno, i balloon sono pressoché assenti e alcune pagine smettono di essere fumetto e diventano quadri. E poi la poesia e il lirismo che si insinuano nel linguaggio dando vita a una scrittura unica che è un misto tra il dramma e il poema epico. Il tutto scritto e disegnato a pennarello, su fogli di fortuna, a volte a righe, a volte a quadretti, a volte bianchi.
Genio indiscusso del disegno fin dai primi mesi di vita, Pazienza, aveva la capacità innata di prendere la realtà e scomporla nelle sue linee costitutive, per poi restituirla al pubblico con lo stesso dolore di un nervo scoperto. Leggere e guardare Pompeo significa assistere a un pezzo di storia mentre accade. E inevitabilmente, dopo averlo letto, il proprio sguardo sulla realtà cambia. Si iniziano a notare i contorni delle cose e tutto appare crudo e autentico
Il potere dell’arte del fumetto è questo: trasformare una penna e un foglio in infinite possibilità di rappresentazione che si possono anche osservare, oltre che leggere. Ed è anche per questo che Gli ultimi giorni di Pompeo è un’opera senza tempo, al pari dei grandi classici della letteratura italiana, e forse anche un po’ di più, perché oltre a raccontare, mostra, come solo il fumetto può fare.
