Cinema ·
Tutto quello che abbiamo è solo quello che siamo capaci di sognare
Di Simone Resigotti
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Tra i film italiani in concorso al 43esimo Torino Film Festival 2025 si distingue Il Protagonista. Lungometraggio d’esordio di Fabrizio Benvenuto nel duplice ruolo di sceneggiatore e regista.
È la storia di un giovane attore —interpretato da un magistrale Pierluigi Gigante— che dopo anni di ruoli modesti e svilenti, si imbatte nella grande occasione di interpretare il ruolo di protagonista in un improbabile biopic su un ballerino di tip tap caduto in disgrazia.
Già dalla prima scena del film, il protagonista interpreta sempre un ruolo dentro al ruolo. Si vede come abbia cessato tanto tempo fa di essere una persona per trasformarsi in un involucro che si riempie delle storie che gli capitano o che gli servono; che continua a perdere se stesso e non sente mai l’esigenza di ritrovarsi, tanto è forte quella fame di farcela, nonostante tutto e nonostante tutti.
I personaggi che gli ruotano attorno sono tutti secondari, strumentali. Nei continui giochi meta-narrativi messi in atto dal regista, sembra quasi che lui sia cosciente di essere parte di una finzione, o meglio: di essere la finzione stessa. Tant’è che gioca con la macchina da presa, la allontana, la trattiene, le chiede di restare… In una continua rottura della sospensione dell’incredulità.
La vita gli scorre addosso e lui non se ne rende conto, perso com’è tra le innumerevoli finzioni che lo porteranno a recidere ogni contatto con la realtà.
“Andando appresso alle cose finte ti perdi le cose vere”
Sono le parole pronunciate dall’ultimo baluardo di speranza che cerca di ricordare all’attore che la vita non sta nella finzione, ma lì, davanti ai suoi occhi.
Eppure, a Giancarlo Mangiapane —questo il nome del protagonista— della realtà non importa nulla, perché la realtà non è mai abbastanza per chi ha scelto la via dell’arte. E così la sua vita rimane interpretazione pura. L’unica voce che gli parla, è quella inascoltabile della sua ombra, che appare, talvolta, enorme, proiettata sui muri degli ambienti, che lo guarda senza occhi e lo indica, ricordandogli tutto ciò che non è.
“Tutto è esperienza”
È il mantra ripetuto ossessivamente, sotto forma di battuta, in preparazione del provino più importante della sua vita. Estremamente rappresentativo del motore interiore che muove le scelte del protagonista. E in fondo, che quel provino vada bene o male, poco importa, perché il messaggio ultimo di quest’opera è uno solo, e viene pronunciato da Tazio, un senzatetto che dipinge quadri sotto a un ponte di Roma:
“Se c’è anche solo una persona che beneficia della tua arte allora ne vale la pena.”
Si può dire che Il Protagonista, a primo impatto, sembra uno di quei film sul voler fare un film. Ma scoprendolo, ci si accorge che sotto al rischio del cliché c’è qualcosa di più. I drammi e le dissonanze cognitive legate alla figura dell’attore sono il pretesto per portare il discorso su un piano più universale, e parlare a tutti coloro ai quali è toccata la condanna e la benedizione dell’arte. Quell’incombenza terribile e bellissima che costringe l’artista a dedicarci una vita intera e forse più. Un film che parla a chi non si accontenta della realtà e che urla a tutti coloro che hanno bisogno di ascoltare, di continuare a provare, nonostante tutte le ombre. Perché alla fine ci si rende conto che tutto ciò che abbiamo è solo quello che siamo capaci di sognare.
