Un disegno a inchiostro di Wright del Settembre 1943 che mostra una delle versioni di colore rosso del Museo Guggenheim di New York. © The Frank Lloyd Wright Foundation, Scottsdale, Arizona

Arte contemporanea ·

Ripensare al museo per rispondere alle domande del presente

Di Barbara Niniano

In ascolto

Per iniziare a decostruire una narrazione è necessario partire da una domanda fondamentale: perché il museo? Esso si configura come uno strumento potente nelle mani della società, la cui missione è una sola: aprire al confronto e al dialogo, se non al vero e proprio cambiamento, ponendosi come spazio di risignificazione della narrazione dominante.

Il museo è soggetto e dispositivo di potere e sapere, in grado di tessere relazioni con e fra le cose, luogo di costruzione di spazi e
rappresentazioni, di educazione, di conflitti - un luogo, insomma, fortemente performativo (Grechi 2021, 27).

In questo senso, esso accompagna il ritmo della società e ne diventa specchio critico: oggi, infatti, qualsiasi iniziativa, luogo, o progetto espositivo – o almeno dedicato alla trasmissione dell’arte alla gente – è ormai della società, o è tenuto a diventarlo.

Niente dovrebbe essere limitato ad un’azione passiva di esposizione, conservazione e tutela: il museo è un attore che partecipa alla creazione del patrimonio culturale delle comunità (Pinna 2020, 421).

I musei sono, infatti, veri e propri centri di elaborazione scientifica e culturale. Gli oggetti che custodiscono non vengono semplicemente conservati, ma selezionati, analizzati e inseriti in precisi contesti spazio-temporali, diventando parte di discorsi storici, artistici o scientifici.

Per loro natura, questi spazi espositivi non possono risultare istituzioni neutrali poiché compiono una serie di azioni e comunicano alla loro platea una visione estremamente soggettiva del mondo, della storia e della società che li ha fatti nascere.
Essi, inoltre, non possono essere considerati semplici contenitori poiché sono scrigni di oggetti che rappresentano il passato, la storia, la cultura e l’identità delle comunità, vale a dire che hanno il compito di interpretare ciò che contengono e di disseminare nella società i risultati delle loro interpretazioni.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la trasformazione che gli oggetti subiscono all’interno dello spazio espositivo. Una volta musealizzati, essi tendono a perdere la loro dimensione storica e relazionale per diventare feticci: elementi isolati, congelati nel tempo e caricati di un’attenzione esagerata, espressione vera e propria delle prospettive di supremazia insite nella natura di un determinato museo.

Quanto viene mostrato al pubblico è sempre una visione orientata della realtà o della storia, talvolta costruita inconsapevolmente, ma spesso funzionale a interessi specifici che guidano l’interpretazione della realtà. Per queste ragioni, il museo non dovrebbe porsi come un’istituzione conservatrice incapace di interrogare il proprio presente e il proprio futuro. Al contrario, esso rappresenta uno dei punti di partenza del cambiamento sociale, un’espressione collettiva che discute e riflette valori condivisi. Da qui nasce quello che Jean-Loup Amselle definisce un vero e proprio obbligo di contemporaneità (Amselle 2017, 31): ogni museo dovrebbe essere in grado di rispondere alle domande del presente, senza limitarsi a immagazzinare ed esporre oggetti.
Questo principio vale tanto per i musei storici quanto per quelli di arte contemporanea.

Il Louvre, in particolare, rappresenta un caso emblematico: tempio del patrimonio artistico occidentale, dall’Egitto antico all’arte europea del XVIII e XIX secolo, ha cercato di “contemporaneizzarsi” attraverso interventi architettonici e curatoriali, come l’aggiunta della piramide di Ieoh Ming Peï e l’apertura del Pavillon des Sessions, dedicato alle cosiddette “culture altre”. Tuttavia, questa operazione ha prodotto una contemporaneità di tipo estetizzante, in cui l’esotico viene assimilato ai canoni del capolavoro occidentale, misurato secondo parametri già stabiliti, come quelli incarnati dalla Gioconda, dalla Venere di Milo o dalla Nike di Samotracia.

In questo caso, più che una reale trasformazione delle pratiche museali, si assiste a una riorganizzazione simbolica che non mette in discussione l’“oggetto museo” in quanto tale.
Se tutto viene museificato, conservato e privato della propria storicità, quale funzione può avere il museo in un mondo in cui intere città si trasformano in spazi espositivi permanenti, orientati principalmente al turismo di massa? Le potenzialità di queste istituzioni finiscono spesso per essere convertite in asset da valorizzare e in marchi da vendere, sacrificando il futuro in favore del presente. In questa logica, anche le produzioni artistiche e culturali rischiano di ridursi a semplici merci.

Di conseguenza, i musei tendono a privilegiare il raggiungimento di un pubblico sempre più ampio e generalista, mentre la loro missione pubblica originaria viene progressivamente svuotata di significato. Creare comunità capaci di condividere conoscenze, esperienze intellettuali ed estetiche, e di sviluppare immaginazione e pensiero critico diventa un obiettivo secondario, semplificato e ridimensionato.

Si pone allora una questione centrale: come può un museo rispondere alle domande del presente senza limitarsi a essere un contenitore di oggetti? Attraverso quali sperimentazioni dei dispositivi e delle pratiche museali è possibile identificare nuovi criteri e approcci per assicurarci un museo rappresentativo e accessibile, fondamentale nel suo ruolo pubblico all’interno della società?

Il museo stesso dovrebbe mettere in scena la propria pulsione antropofagica, offrendosi come corpo commestibile, esponendosi
riflessivamente alla propria vulnerabilità e alle proprie ambiguità, chiamando i visitatori a immaginare un modo più carnale di
penetrarlo, di incorporarlo letteralmente, sollecitando una sensorialità più estesa di quella centrata solo sulla visione (Grechi 2021,
122).

Ripensare il museo significa iniziare a considerarlo come uno spazio abitato da significati in costante dialogo con il contesto che li ha generati. Sebbene molti musei restino ancora oggi scrigni elitari, incapaci di comunicare con la società contemporanea, emergono segnali di apertura: alcuni spazi si stanno trasformando in forum, luoghi di discussione e partecipazione attiva. Il museo può allora essere pensato come un organismo vitale, capace di parlare la lingua del proprio tempo e di trasformarsi attraverso il confronto con il pubblico.

In questo scenario, la partecipazione non è un semplice coinvolgimento superficiale, ma un’immersione che accompagna lo slittamento dalla centralità della collezione alla centralità della narrazione (Grechi 2021, 178). Diventa quindi fondamentale interrogarsi su come le pratiche artistiche contemporanee possano svilupparsi al di là dell’obiettivo di una mostra finale o del riallestimento delle collezioni, e su come modelli espositivi più aperti possano contribuire alla comprensione e alla discussione del presente.

Per avviare questo processo è necessario destrutturare le cornici che hanno stratificato il museo nel tempo, ripensandolo come una macchina dell’eredità culturale che produce domande su storie irrisolte, rimosse o ignorate e che, nella sua forma più evoluta, dovrebbe essere in grado di negoziare e immaginare futuri possibili.

In quanto spazio narrativo, il museo offre riflessioni attraverso oggetti e storie, ma soprattutto si configura come luogo di interrogazione. Qui il visitatore è chiamato a uscire dalla propria zona di comfort, a confrontarsi con prospettive multiple e linguaggi differenti, attivando un processo di ri-mediazione che trasforma il tutto in un laboratorio aperto e dinamico. I temi non vengono presentati come contenuti definitivi, ma come materiali aperti alla creazione condivisa.

Il museo dovrebbe così diventare lo spazio in cui gli individui possono arricchirsi culturalmente e contribuire alla costruzione di società più aperte, fluide e consapevoli. Fin dalle sue origini, il mandato dei musei è stato quello di rivendicare un mondo migliore di quello ricevuto: un mondo fondato sulla sostenibilità ecologica, sull’accesso libero alla conoscenza, sulle risorse comuni e sull’uguaglianza tra tutti gli esseri viventi, compresi coloro che non hanno voce.

BIBLIOGRAFIA:

  • Amselle J.L., Il museo in scena. L’alterità culturale e la sua rappresentazione negli spazi espositivi, Meltemi, Milano, 2017
  • Grechi G., Decolonizzare il museo. Mostrazioni, pratiche artistiche, sguardi incarnati, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni, 2021
    - Pinna G., Divagazioni sulla storia politica dei musei, 2019-2020