Ricordi di montagne lontane e l’importanza di tenere un taccuino
Di Simone Resigotti
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Esiste un libro di Orhan Pamuk che non è proprio un libro. Ricordi di montagne lontane (2023, Einaudi) è una raccolta selezionata dei taccuini che lo scrittore turco, premio Nobel per la letteratura, ha riempito durante oltre un decennio di vita. Libero dal peso di dover dare al testo una forma definitiva, Pamuk si permette di essere incompleto, mostrando scorci sulle idee, i dubbi e i tentativi prima che diventino letteratura.
Sfogliando Ricordi di montagne lontane infatti si ha l’occasione di assistere a quella fase della creazione in cui il pensiero non ha ancora preso una forma definitiva. È un accumulo di tracce che si dispongono sul bianco della pagina seguendo l’unico ordine possibile: la sensibilità dell’autore. Ed è a partire da questi esercizi di libertà che sorge una riflessione più ampia sull’importanza del tenere sempre con sé un taccuino.
Registrare gli avvenimenti di una giornata o le proprie impressioni su carta è un gesto che allena la presenza e, con essa, la capacità di trasformare la vita quotidiana in una serie di dettagli degni di essere conservati. Si dà forma ai pensieri, permettendo loro di esistere in uno spazio più comprensibile.
In un mondo dominato da notifiche e distrazioni continue, tenere un taccuino vuol dire privilegiare una particolare forma di attenzione che permette di catturare la realtà prima che si disperda.
Scrivere a mano, inoltre, è un’attività che coinvolge profondamente il cervello e il modo in cui pensiamo. A differenza della tastiera, dove il gesto si ripete identico a ogni tasto, la grafia conserva una traccia unica dell’individuo. Ogni lettera richiede un movimento diverso, una specifica scelta di ritmo e pressione. Questo processo coinvolge diverse aree del cervello che rafforzano memoria, comprensione e capacità di apprendimento. Per questo portare con sé un taccuino e una penna non è soltanto un’abitudine romantica ma è soprattutto un modo per pensare meglio.
Un altro aspetto fondamentale della scrittura a mano è l’impossibilità di far sparire immediatamente ciò che si è tracciato sulla pagina. Questo costringe a selezionare e rielaborare le informazioni, allenando la capacità di sintesi. Ma il taccuino è soprattutto uno strumento per fermare il tempo. Non perché lo immobilizzi ma per poter trasformare il presente in materiale per il futuro. Per poter conservare le nostre percezioni e riguardarle con occhi nuovi, chiedendoci chi eravamo e chi stiamo diventando.
Pamuk, con Ricordi di montagne lontane ci insegna a rallentare per permettere alle idee di sedimentarsi nei segni della grafia, e al contempo suggerisce a tutti una pratica molto semplice: portare sempre con sé carta e penna, scrivere a mano, annotare ciò che si vede, ciò che si pensa e ciò che si teme di dimenticare, per poter costruire lentamente una memoria del proprio sguardo sul mondo.
