Arte ·
L’estetica dell’anonimato
Di Elena Tonon
In ascolto
Qualche settimana fa Reuters ha annunciato con un’inchiesta la vera identità di Banksy.
Nonostante l’anonimato dell’artista si legasse alla volontà di esprimersi senza timori di censura o persecuzione politica e al desiderio di mantenere protetta la propria privacy, Reuters ha deciso di ignorare entrambe queste esigenze per onorare la propria deontologia professionale e soddisfare la curiosità del pubblico.
Svelare l’identità di uno degli autori più noti e seguiti della nostra contemporaneità porta ad una domanda apparentemente banale ma alquanto sfaccettata nelle risposte: quanto influenza la decodifica dell’opera di Banksy sapere che l’autore si chiama Walter White ed è un chimico oncologico oppure Mildred Ratched ed è un’infermiera repressa? Ovvero, quanto serve conoscere l’identità di un artista per valutare il potere e il valore intrinseco della sua opera?
L’estetica dell’anonimato è una protezione per l’autore, ma è anche un modo per slegare l’opera dalle sue vanità egoriferite, concentrando l’attenzione sul prodotto anziché sul produttore.
Conoscere l’identità di un autore ci aiuta a contestualizzarne l’esito artistico e a guidarci nella comprensione di particolari più criptici e simbolici. Al contempo, controversie e meschinità di un artista possono essere strumentalizzate per offrire una rilettura che segue più la sensibilità del nostro tempo piuttosto che il suo intento originario, vincolando l’operato a principi moralistici che distraggono e condizionano, finendo per dire di più su come noi vogliamo essere percepiti agli occhi degli altri piuttosto che parlare dell’opera in sé. Inoltre, spesso nell’opera artistica un autore deposita proprio quello che auspica di diventare, la versione di un sé leggermente migliore a cui vorrebbe tendere ma che inevitabilmente non potrà raggiungere per una serie di tensioni che glielo impediscono, o al contrario, riversa nell’opera ciò che teme di essere, giungendo ad una forma di esorcizzazione capace di rendergli il tutto più sopportabile.
Oggi, inoltre, potremmo addirittura sostenere che il rapporto autore-opera stia collassando nel suo parossismo, in quanto l’intervento e l’interferenza dell’intelligenza artificiale rendono quasi anacronistico o comunque secondario conoscere il nome dell’autore. Ma questo aprirebbe un ulteriore discorso.
Per quanto riguarda il caso specifico di Banksy c’è un altro aspetto da tenere in considerazione. Un artista può mascherare la propria identità oppure nasconderla del tutto. E quindi, mentre figure come Liberato, Miss Keta, TonyPitony, per citare alcuni esempi a noi più vicini, utilizzano la maschera come dispositivo estetico che contribuisce a solidificare un brand e ad inserirsi perfettamente nelle logiche di mercato, l’anonimato di Banksy è una sottrazione politica. Da un lato la volontà di apparire senza essere; dall’altro quella di essere senza apparire.
Roland Barthes nel saggio La morte dell’autore sostiene che il concetto stesso di autore, nel suo caso specifico inteso come autore letterario, è un personaggio frutto della società occidentale moderna che esalta il prestigio del singolo, tirannicamente incentrato sulla propria storia, gusti e passioni. Attribuire un Autore a un testo in senso lato significa imporgli un punto fisso d’arresto, chiuderlo in un significato ultimo. Ma un testo è fatto di scritture e culture che intrattengono rapporti di dialogo tra di loro, e il cui luogo ultimo di raccoglimento è il lettore - o fruitore: colui che tiene unite in uno stesso campo tutte le tracce di cui uno scritto è costituito.
Forse, allora, non sapere proprio tutto di chi ha creato l’opera, permette in primis a noi di liberarci da sovrastrutture che, se da un lato arricchiscono la conoscenza, dall’altro inibiscono il travolgimento dal significato più primitivo di quello che vediamo o ascoltiamo. Un modo per preservare la purezza dell’opera, l’anelito finale per consentirle di parlare senza esporsi.
