Arte ·
Il potere curativo dell’arte
Di Martina Fettolini
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C’è una frase di Nick Cave, artista visivo di Chicago, che colpisce più di molte altre: “Grazie a Dio per l’arte, perché è stata la mia salvezza.” Non è la dichiarazione romantica di chi parla dell’arte come ornamento della vita. È qualcosa di più urgente, più viscerale. È la voce di qualcuno che ha trovato nell’atto creativo un modo concreto di sopravvivere.
Cave lavora con colori, materia e forme circolari ipnotiche ispirate alle neuroimmagini del cervello di giovani afroamericani colpiti dalla violenza delle armi. Dietro quell’estetica turbinosa si nasconde una tesi precisa: l’arte serve anche ad attraversare il dolore.
Nel corso del Novecento, e ancora più intensamente negli ultimi decenni, ricercatori, terapeuti e artisti hanno cominciato a comprendere qualcosa che le tradizioni sapevano da secoli in modo intuitivo: che la creazione artistica, in tutte le sue forme, può fare per la mente traumatizzata ciò che la parola da sola fatica a raggiungere.
Per capire perché l’arte funzioni, bisogna prima capire cosa succede al cervello quando subisce un trauma. Nelle persone che sviluppano il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), alcune regioni cerebrali cambiano strutturalmente. L’ippocampo, centrale nella formazione dei ricordi, si restringe. L’amigdala, che gestisce la paura e le risposte emotive, diventa iperattiva. La corteccia frontale, deputata al giudizio e alla regolazione emotiva, si indebolisce.
C’è però un dettaglio neurologico che spesso si trascura, e che è decisivo per capire il ruolo dell’arte: la zona di Broca, la regione del cervello che presiede al linguaggio, viene compromessa dal trauma. Chi ha vissuto un’esperienza traumatica spesso non riesce a raccontarla perché il meccanismo che trasforma l’esperienza in parole è letteralmente danneggiato. Le immagini dei flashback esistono, vivide e invasive, ma restano mute. Il linguaggio non le raggiunge.
È qui che l’arte diventa uno strumento. Che si tratti di pennelli, strumenti musicali o schermi cinematografici, le forme artistiche accedono a regioni del cervello che le parole non raggiungono.
L’arteterapia, cioè la disciplina che utilizza le arti visive in combinazione con la psicoterapia, si fonda su questo principio fondamentale: portare fuori ciò che è dentro. Lindsey Vance, counselor e art therapist specializzata in trauma, lo descrive in modo semplice: attraverso colori, texture, forme e materiali, i pazienti costruiscono una grammatica alternativa attorno a quello che stanno vivendo. Una crescente letteratura scientifica sostiene l’efficacia di questo approccio. Studi pubblicati su riviste specializzate mostrano che l’arteterapia riduce significativamente i sintomi d’ansia e offre un metodo alternativo per processare emozioni e informazioni nei pazienti con PTSD. La ricerca in questo campo è ancora in evoluzione e la quantità di studi quantitativi resta limitata, ma la direzione è chiara.
Quello che emerge dai percorsi clinici è anche qualcosa di meno misurabile ma ugualmente importante: iIl trauma, nella sua essenza, è anche una perdita di controllo, creare anche qualcosa di imperfetto incrina quella sensazione. Dimostra che si può agire sul mondo, invece di subirlo
Non solo le arti visive, ma anche la musica occupa un posto speciale in questo panorama, per ragioni che la neuroscienze ha cominciato a chiarire con precisione sempre più crescente. A differenza del linguaggio, che il cervello processa attraverso aree legate alla logica e alla sintassi, la musica attiva simultaneamente più regioni cerebrali: quelle dell’emozione, della memoria, del movimento, della ricompensa. È per questo che una canzone può far piangere prima ancora che la mente abbia capito perché, o evocare un ricordo sepolto da anni.
Il meccanismo chiave è il sistema dopaminergico. Ricerche pubblicate su Nature Neuroscience e su Frontiers in Psychology hanno dimostrato che l’ascolto di musica piacevole attiva il nucleo accumbens (il centro del piacere del cervello) inducendo rilascio di dopamina. Questo è lo stesso circuito della ricompensa attivato dal cibo, dal sesso, da certi farmaci. La musica, in sostanza, accede direttamente al sistema che il trauma ha danneggiato di più: quello capace di produrre piacere, motivazione, senso di sicurezza.
Inoltre il PTSD è associato a una condizione di ipodopaminergia, cioè una riduzione cronica dei livelli di dopamina nel cervello. Diversi studi suggeriscono che la musicoterapia possa contrastare proprio questa disfunzione, stimolando l’area tegmentale ventrale e ripristinando gradualmente un equilibrio neurochimico alterato dal trauma.
Le forme che questa terapia può assumere sono diverse: ascolto guidato, improvvisazione, scrittura di canzoni, suono di strumenti in gruppo. Quest’ultima modalità, in particolare, aggiunge una dimensione sociale spesso cruciale per chi soffre di PTSD: il senso di appartenenza, la sincronia con altri, il rituale collettivo del fare musica insieme. La musica è stata a lungo, nella storia dell’umanità, uno strumento di coesione sociale e questa sua funzione ancestrale è oggi parte integrante del suo potere terapeutico.
Che si parli di arti visive o di musica, il meccanismo di fondo è lo stesso: queste forme artistiche accedono a parti del cervello traumatizzato che la terapia verbale tradizionale fatica a raggiungere. Aggirano il blocco del linguaggio, attivano circuiti emotivi e di ricompensa restituendo al paziente un senso di controllo e di capacità creativa.
È sicuramente importante non idealizzare nessuna di queste pratiche. La letteratura scientifica è ancora in sviluppo, i campioni spesso limitati, i protocolli non sempre standardizzati. L’arteterapia e la musicoterapia non dovrebbero sostituire la psicoterapia, ma piuttosto la affiancano, la integrano, in alcuni casi la rendono possibile laddove non lo era.
Ma in tutto questo c’è qualcosa di più di una tecnica, c’è una visione di cosa significa guarire. Ovvero la possibilità di trasformare il trauma in qualcosa di navigabile, di dargli una forma esterna che sia separata da noi, osservabile, modificabile. Di passare, per usare le parole di Shaili Jain, psichiatra esperta di PTSD, dalla sopravvivenza al vivere.
L’arte, in fondo, ha sempre trovato un posto per ciò che sembrava non averne, dimostrando il suo potere proprio quando la realtà si fa più difficile da abitare.
