Cinema ·
Le nostre urla non le sentirà nessuno. Sirāt e il valore simbolico della Tekno
Di Simone Resigotti
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C’è un ponte chiamato Sirāt che collega il paradiso e l’inferno. Chi lo attraversa è avvertito che il suo passaggio è più stretto di un capello, più affilato di una spada.
Con queste parole si apre Sirāt, il film diretto da Oliver Laxe premio della giuria a Cannes e in nomination agli oscar come miglior film internazionale. È un’opera ipnotica, costruita su suoni che echeggiano nel deserto del Marocco. Un padre e un figlio attraversano rave clandestini inseguendo una speranza che ha già il sapore della perdita: ritrovare la figlia maggiore, scomparsa senza lasciare traccia.
I personaggi si muovono attraverso un paesaggio che sembra trovarsi a pochi passi dai confini del mondo. Un territorio sospeso e fragile. Sirāt, appunto.
Attorno a loro incombe una guerra che sembra coinvolgere l’intero pianeta. Ma non viene mai mostrata apertamente. La intuiamo dagli sgomberi militari, dalle armi, dalle voci metalliche delle autoradio. È una presenza costante, come un rumore di fondo che non smette mai di pulsare. A condividere il viaggio con padre e figlio c’è un gruppo improbabile di ravers: corpi stanchi, segnati dal tempo. Figure che sembrano sopravvissute a qualcosa che non viene mai nominato, ma che continua a esercitare la sua pressione.
È un’opera che parla del presente, e lo fa senza retorica, ma con un catastrofismo lucido e innegabile. Quella linea sottile chiamata Sirāt, è la stessa su cui la nostra generazione si muove in equilibrio precario, tra le strade di un mondo che non regge più il nostro impatto climatico, sociale e politico. Un mondo che ha già superato il punto di non ritorno. Guerre, genocidi, stragi di stato e repressioni violente accadono a poche ore di volo da noi. Eppure continuiamo ad andare avanti, come se tutto non potesse spezzarsi da un momento all’altro.
Il film ci costringe a guardare questa fragilità. Ci stordisce e ci trascina con una colonna sonora tekno cupa, martellante e profonda, firmata dal producer Kanding Ray. I bassi che vibrano nel petto e gli impianti audio che sputano decibel per giorni, senza tregua. È la tekno dei rave, quella che non concede pause né conforto.
Ma la tekno, in Sirāt, non è solo una soundtrack. È un simbolo.
È un genere costruito sulla ripetizione, sull’insistenza, sull’estremizzazione dell’uguale.Come i suoni del mondo industriale in cui siamo immersi. La tekno amplifica quel rumore di fondo continuo che abita le zone industriali, le tastiere dei computer, le catene di montaggio, la logica binaria degli uno e degli zero. I synth non fanno altro che catturare quei ronzii costanti e trasformarli in linee melodiche che ne conservano le meccaniche.
In questa prospettiva la tekno diventa il cuore di un rituale più grande, fatto di ore di suoni elettronici da sentire ad occhi chiusi per perdere le coordinate spazio-temporali. Sudati, intossicati e stanchi. I corpi che cessano di avere dei confini e continuano anche quando la forza non c’è più. E finisce che ci si libera ballando fino allo sfinimento e scuotendosi via lo schifo di dosso.
È un gesto catartico in cui vibrare a ritmo di un kick martellante dove ripetere i movimenti fino a che non fanno più paura. È come prendere il terrore del mondo e ripeterlo per così tante volte che poi perde di significato. Come quando una parola, ripetuta all’infinito, non ha più senso.
Sirāt ci mostra tutto questo nella fragilità di un mondo dove ogni cosa obbedisce alla regola pronunciata da una delle protagoniste: “non sai mai se sarà l’ultima volta che funziona”. Una regola che vale anche per le nostre di vite. Che si snodano negli interstizi di una realtà instabile e indifferente in cui la nostra voce resta sempre inascoltata. Come suoni sparsi nel deserto. Come urla coperte da una musica, che nessuno sentirà.
