Princess Mononoke, 1997, still dal film, © Studio Ghibli

Cinema ·

Princess Mononoke, l’orrore per la specie umana

Di Marcello Guardo

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Non sono esattamente fiero del motivo per cui ho guardato tante volte Princess Mononoke, ma onestamente nemmeno me lo sono mai rimproverato. Chiaro, ci sono mille altre ragioni, quella a cui faccio riferimento però ha agito in modo profondo nel mio immaginario: le scene del film che mostrano gli animali della foresta scagliarsi contro il loro legittimo nemico, l’essere umano, mi regalano sempre un brivido di piacere.

Conoscendo le posizioni del regista, ho sempre pensato che Hayao Miyazaki provasse lo stesso nel disegnare i lupi e i cinghiali alla carica per difendere la natura dagli uomini. Ma riguardare Princess Mononoke oggi, tornato al cinema tra il 4 e il 10 giugno, ha cambiato qualcosa nel mio modo di intenderlo, forse per il meglio.

La storia è ambientata in Giappone, tra il XIV e il XVI secolo, e vede consumarsi un conflitto tra gli abitanti della Città del Ferro, guidati dall’abile Padrona Eboshi, e gli spiriti della foresta, bestie che agiscono in nome di una divinità chiamata Shishigami, o Dio della Foresta. I protagonisti sono Ashitaka e San, due giovani. Ashitaka è estraneo al conflitto, costretto a scoprire l’origine di un demone che l’ha maledetto e condannato a morte; San è stata cresciuta dai lupi e combatte con loro per difendere la foresta da Padrona Eboshi. Il legame che nasce tra loro è costantemente incrinato dall’odio di San per gli umani, la sua stessa specie. Questo, fino a ieri, bastava a spezzarmi il cuore; oggi non riesco più a ignorare tutto il resto.

È ingenuo pensare che Hayao Miyazaki, noto per aver sempre partecipato attivamente alla causa ecologista nel suo paese, intendesse limitare a un’arresa misantropia il senso del suo film più esplicito sul tema della coesistenza uomo-natura. In un’intervista concessa a Margaret Talbot del New Yorker, il regista ha raccontato che crescere in Giappone nel periodo Shōwa (1926-1989), è stato molto difficile per lui, perché l’intero periodo è stato segnato da una massiccia distruzione della natura, di montagne e di fiumi in nome del progresso economico. Miyazaki nasce nel 1941 e vive tra Utsunomiya e Tokyo, assistendo in gioventù al cosiddetto “miracolo economico giapponese”, una crescita repentina del paese dovuta all’ingresso nei mercati internazionali e allo sviluppo dell’industria: acciaio, motoveicoli, elettronica. Negli anni Cinquanta e Sessanta la popolazione giapponese cresce in numero, il lavoro acquista grande importanza e all’inizio dei Settanta anche il volto delle città cambia nettamente. Nei grandi poli economici come Tokyo, Yokohama e Nagoya gli appartamenti si fanno sempre più piccoli, l’inquinamento acustico e dell’aria cresce e si diffondono gravi disturbi respiratori nella popolazione. Evento culmine di questa china è il disastro ecologico della Chisso Corporation, le cui acque reflue causano una pericolosa intossicazione da mercurio nel sud del paese.

Non è difficile trovare nei film dello Studio Ghibli riferimenti alla contemporaneità vissuta in prima persona da Miya-San. Spesso i futuri dipinti nelle sue opere sono distopici e lui stesso si è lasciato andare a dichiarazioni non proprio scherzose sul fatto che «Tokyo sarà sommersa dall’oceano e la torre NTV diventerà un’isola, quando la popolazione umana crollerà e non ci saranno più grattacieli».

Ma allora cosa c’è di sbagliato nel pensare che San, la ragazza spettro, sia portavoce del pensiero di Miyazaki? Perché non posso odiare anch’io la mia specie e schierarmi, come lei, dalla parte della natura?

La prima sequenza di Princess Mononoke nasconde già un indizio sulla complessità che la storia mette in luce. Ashitaka è il principe di un popolo esule, gli Emishi, che vivono ai margini dell’impero. Per salvare il suo villaggio, Ashitaka uccide un cinghiale e il suo braccio destro ne contrae la maledizione. Il cinghiale, ferito in battaglia da un proiettile, si era trasformato in un demone colmo d’odio e assetato di vendetta. Gli umani gli hanno inflitto indicibili sofferenze fisiche, hanno sterminato il suo popolo e devastato la foresta che proteggeva. Questo drammatico evento viene raccontato dalla responsabile stessa del massacro, Padrona Eboshi, col sorriso di chi ha sconfitto un nemico in battaglia. È una guerra, e va combattuta, come se le circostanze avessero reso nemici uomini e natura. La sopravvivenza dell’uno sembra coincidere con la distruzione dell’altra, e viceversa.

Eppure, proprio il cinghiale ucciso da Ashitaka con le sue ultime parole avverte gli Emishi: “proverete il mio stesso odio e soffrirete i miei stessi tormenti”. Uomini e animali sono ugualmente minacciati. Ma da chi?

Per farci un’idea di chi sia davvero Padrona Eboshi, l’antagonista che ho sempre riconosciuto come “il cattivo”, esploriamo con Ashitaka la Città del Ferro: se osserviamo l’umanità che la abita capiamo subito che non si tratta di un popolo barbaro, brutto e cattivo assoggettato al tiranno come succede, ad esempio, nella saga del Signore degli Anelli (orchi, troll, Nazgûll, tutto un catalogo di creature malvagie e senz’anima). La società amministrata da Padrona Eboshi è virtuosa, basata sul lavoro, sulla libertà personale, sull’emancipazione femminile, sul sostegno ai più deboli. Eboshi stessa ha fatto di un gruppo di lebbrosi i suoi collaboratori più stretti. È un modello di umanità che funziona e non lascia indietro nessuno, ma che è dipendente dalle risorse naturali. Senza il ferro soccomberebbe ai clan rivali e all’Imperatore, che offre la sua protezione solo in cambio di ingenti tributi.

San e gli spiriti che combattono per la foresta estromettono l’uomo dalla natura perché sintomo di pericolo per piante e animali, che tra loro convivono in armonia. Miyazaki fa invece cogliere ad Ashitaka il vero volto di questo conflitto: è una guerra civile.

Questo è forse il passaggio più importante per comprendere la complessità di Princess Mononoke: tutto il creato lotta innanzitutto per sopravvivere, e raccontando la Città del Ferro Miyazaki fa un punto di includere l’essere umano in questo principio. Proviamo a immaginare quanto sia costato a un ambientalista di lunga data, un feroce critico del capitalismo energivoro, entrare in contatto con questa logica e dare dignità a una comunità umana pronta a distruggere un’intera foresta e tutti gli animali che la abitano per quello che di fatto è un grande stabilimento metallurgico.

A riprova dell’opera di inclusione del regista verso l’essere umano, vale la pena menzionare l’entità che diventa presto il fulcro della storia: il Dio della Foresta, il più influente e misterioso degli spiriti che proteggono l’equilibrio naturale. Esso è muto e sfuggente, non partecipa al conflitto, compare in rare occasioni e con sembianze piuttosto particolari, su cui dobbiamo soffermarci; il suo corpo è di cervo e, dove si posano i suoi zoccoli, la terra si riempie di germogli che istantaneamente muoiono e tornano terra. Nella sua fisionomia però, ciò che più lo distingue da un semplice cervo è il viso: ha un volto umano. Il Dio della Foresta contiene in sé l’animale, il vegetale e, evidentemente, l’umano.

L’uomo e la natura non sono quindi nemici, ma parti di uno stesso sistema, che lottano tra loro a causa di una maledizione proveniente da molto lontano. Miyazaki sposta l’attenzione dalla guerra in sé, puntando il dito su ciò che davvero causa tutto il dolore e l’odio che annebbia i cuori di Padrona Eboshi e di San.

Se il conflitto tra gli uomini e la foresta scaturisce da una sorta di malattia autoimmune, che mette l’una contro l’altra parti di uno stesso corpo, qual è la fonte di questo male? Per scoprirlo dobbiamo concentrarci su un personaggio invisibile, di cui si sente parlare saltuariamente nel corso della storia, e che non compare mai in prima persona: l’Imperatore.

Ciò che più mette sotto pressione le due comunità deriva direttamente dal volere dell’Imperatore. Il pericolo maggiore per la foresta viene da Jigo, un emissario imperiale che ha il compito di decapitare il Dio della Foresta: secondo una leggenda, la sua testa garantirebbe a chi la possiede la vita eterna e l’Imperatore vuole provare la veridicità di questa voce. D’altra parte, Padrona Eboshi è preoccupata che egli tolga il suo sostegno alla Città del Ferro e contemporaneamente teme che voglia prenderne il controllo, privando della libertà la sua gente. Durante lo scontro finale con i cinghiali, l’Imperatore fornisce delle truppe mercenarie a Padrona Eboshi, ma i loro metodi sono brutali, al punto da mettere a rischio più volte la vita delle donne e degli uomini della Città del Ferro.

Ecco che tornano le parole del demone cinghiale nella prima sequenza: “proverete il mio stesso odio e soffrirete i miei stessi tormenti”. Il male che arriva dall’umiliazione e dall’annichilimento non viene dall’uomo, né dagli spiriti della foresta, ma da una forza invisibile che schiaccia sia gli uomini che gli animali sotto l’egida di un potere violento e disumano.

Volessimo portare sul piano reale lo scenario descritto in Princess Mononoke ci troveremmo, oggi più che mai, in piena guerra civile. Uomo e foresta sono in conflitto e, tolta la medaglia del cattivo dal collo di Padrona Eboshi, è facile sentirsi spaesati mentre le motoseghe devastano i boschi, la plastica inquina i mari e i popoli diventano sempre più poveri e affamati.

Forse vale la pena chiedersi in quale personaggio di questa storia ci identifichiamo di più, ma bisogna farlo con la consapevolezza che ogni nostra azione è una mossa nello scacchiere di un delicato equilibrio diplomatico, Ogni scelta può valere come una fucilata e ogni proiettile può trasformare un innocente in un demone.

L’ultracapitalismo in cui viviamo immersi può portarci ad agire come Eboshi, ma in un attimo le notizie che ci arrivano dal mondo ci suscitano indignazione, ed è facile provare odio per i responsabili del male, come San. Avere la forza di approfondire i problemi e farci strumento di rispetto ed etica morale, come Ashitaka, è difficile, ma con una maledizione in corpo è anche necessario.

Princess Mononoke ci ricorda che i nostri comportamenti hanno un impatto; che possiamo essere Eboshi, San o Ashitaka ogni giorno e che la via più giusta è quella che rifiuta l’odio e agisce attivamente per arginarlo e trovare delle soluzioni.

Forse, facendo tesoro di questi principi, anch’io supererò l’idea di non avere più un nemico a cui fare la guerra. Se poi mi darà anche un motivo per non odiare la specie a cui appartengo, sarà uno di più per guardare ancora questo splendido film.