Borges e l’inconsistenza della personalità. A quarant'anni dalla scomparsa, il ritorno al saggio giovanile che ha demolito l'illusione dell'io.
Di Simone Resigotti
In ascolto
Di tutti i paradossi di cui è ricchissima la vita di Borges, uno dei più sorprendenti è che non scrisse mai un romanzo. La sua fama è costruita su racconti, saggi e poesie: opere brevi in cui ritroviamo labirinti, biblioteche infinite, specchi e, talvolta, libri immaginari recensiti come se esistessero davvero.
Discendente di colonnelli ed eroi di guerra, Borges fu un uomo timido e innamorato del coraggio che sentiva di non possedere. Fin da bambino dichiarò che il suo destino era la letteratura e, da adulto, divenne direttore della Biblioteca Nazionale Argentina, incarico che assunse proprio mentre stava diventando completamente cieco. Egli stesso definì questa coincidenza una magnifica ironia di Dio: nello stesso istante gli erano stati concessi tutti i libri e il buio per non poterli leggere.
Nonostante la cecità, continuò a scrivere per altri trent’anni, sempre dettando, componendo e correggendo tutto a memoria. Fu eternamente candidato al Nobel senza mai vincerlo, eppure cambiò l’idea stessa di letteratura, dimostrando che un racconto di dieci pagine può contenere più vertigine filosofica di un intero trattato e che la finzione può interrogare l’infinito, il tempo, l’identità e il linguaggio.
Occorrerebbe una trattazione monumentale per tracciare una disamina completa dell’eredità letteraria di Borges. Questa riflessione non persegue un intento così vasto, bensì mira a far luce sul germoglio del suo genio saggistico, custodito in una delle sue opere d’esordio: Inquisiciones (Inquisizioni), pubblicata nel 1925 quando l’autore aveva appena ventisei anni. In questa raccolta di brevi saggi ne spicca uno in particolare, La nadería de la personalidad (L’inconsistenza della personalità), testo nel quale il giovane Borges formula una tesi radicale: l’io non esiste. Non c’è un soggetto unitario e continuo dietro i nostri stati mentali; la personalità è un’illusione, un aggregato di percezioni e di istanti privo di un nucleo stabile che li tenga insieme. Anche i ricordi di cui è composta la nostra memoria non costituiscono un deposito duraturo e tangibile, come potrebbe sembrare, ma rappresentano piuttosto immagini effimere dei nostri stati di coscienza che, talvolta, tornano a manifestarsi in modo confuso e imprevedibile.
Usando le sue stesse parole: «nessuno può pretendere che nel colpo d’occhio con cui abbracciamo tutta una notte limpida sia prefigurato l’esatto numero delle stelle che vi sono».
E il vertice più alto di questa manciata di pagine dedicate alla nullità dell’io si trova nel momento in cui il ragionamento filosofico si fonde con un frammento biografico: l’addio a un amico. Borges racconta di come i due tentarono di abbellire quel momento con un «impetuoso spiegamento di opinioni sulle nostalgie a venire». La straordinarietà di quel dialogo sulla soglia della separazione sta proprio nella presa di coscienza dello stesso Borges, il quale comprende che, nonostante il cuore gli imponesse il desiderio di mostrare per intero la propria anima, l’inconsistenza della personalità rendeva impossibile quell’atto definitivo di verità.
Come scrive lui stesso. «Mi venne in mente che la mia vita non sarebbe mai stata giustificata da un istante pieno, assoluto, capace di contenere gli altri; che tutti sarebbero stati delle tappe provvisorie, annientatrici del passato e rivolte al futuro; e che fuori dalla sfera della contingenza, del presente, della circostanza, non eravamo nessuno».
Eppure Borges ripudiò questa e altre opere della sua giovinezza. Lo fece essenzialmente per ragioni stilistiche ed estetiche, perché rileggendole da adulto, le ritenne puro esibizionismo verbale. Il Borges maturo aveva sviluppato l’ideale opposto: una prosa limpida, quasi invisibile. E fu per questo che rifiutò di includerle nelle sue Obras completas e ne impedì la ristampa per tutta la vita, spingendosi persino ad acquistare le copie che trovava nelle librerie dell’usato per distruggerle.
Ma il caso de L’inconsistenza della personalità è speciale, perché rappresenta la grande eccezione che rivela quanto quel ripudio fosse stilistico e non concettuale. Borges, infatti, non abbandonò mai l’idea che un uomo sia tutti gli uomini e che i soggetti non persistano nel tempo. Al contrario, mantenne quelle stesse intuizioni per tutta la vita, rendendole le spine dorsali della sua opera matura e rielaborandole per i successivi sessant’anni, come nel caso di Nuova confutazione del tempo, saggio contenuto in Altre inquisizioni (1952), il cui stesso titolo instaura un dialogo ironico con le prime Inquisizioni rinnegate.
Ed è proprio il gesto dell’autore che ripudia il proprio io giovanile a diventare la dimostrazione pratica della tesi che aveva formulato da ragazzo: non esiste un Borges unico e continuo che risponda di entrambi i libri. Lo scrive lui stesso: «io sono simile a tutti gli altri. Questo è il mio vanto e la mia gloria. Poco importa che l’abbia proclamato in versi miserabili o in prosa grossolana».
Ciò che invece non rinnegò mai furono le sue poesie. Neppure quelle più giovani, incoscienti e audaci. Come se il regno della poesia vivesse in ognuno di noi a tutte le età e non esistessero spregiudicatezza o inesperienza capaci di contaminarlo con la banalità. Forse è vero il contrario: si trascorre tutta l’età adulta, e poi la vecchiaia, a ricercare più o meno disperatamente la stessa audacia che si possedeva da bambini.
Un esempio bellissimo di questa audacia è la seconda delle Two English Poems, scritta nel 1934 e poi raccolta in El otro, el mismo (1964). Una poesia dedicata a Beatriz, suo grande amore mai corrisposto:
Ti offro strade difficili, tramonti disperati,
la luna di squallide periferie.
Ti offro le amarezze di un uomo
che ha guardato a lungo la triste luna.
Ti offro i miei antenati, i miei morti,
i fantasmi a cui i viventi hanno reso onore col marmo:
il padre di mio padre ucciso sulla frontiera di Buenos Aires,
due pallottole attraverso i suoi polmoni, barbuto e morto,
avvolto dai soldati nella pelle di una mucca;
il nonno di mia madre – appena ventiquattrenne –
a capo di un cambio di trecento uomini in Perù,
ora fantasmi su cavalli svaniti.
Ti offro qualsiasi intuizione sia
nei miei libri, qualsiasi virilità o vita umana.
Ti offro la lealtà di un uomo
che non è mai stato leale.
Ti offro quel nocciolo di me stesso
che ho conservato, in qualche modo –
il centro del cuore che non tratta con le parole,
né coi sogni e non è toccato dal tempo,
dalla gioia, dalle avversità.
Ti offro il ricordo di una
rosa gialla al tramonto,
anni prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni di te stessa,
teorie su di te, autentiche e sorprendenti notizie di te.
Ti posso dare la mia tristezza,
la mia oscurità, la fame del mio cuore;
cerco di corromperti con l’incertezza,
il pericolo, la sconfitta.
