Boris Vian, una vita a forma di sabbia tra le mani
Di Simone Resigotti
In ascolto
Boris Vian è un personaggio che sembra essere stato dimenticato dalla letteratura al di fuori della Francia. Eppure è stato un grandissimo innovatore, capace di inventare immagini stupefacenti e di tracciare strade nuove, fatte di metafore disturbanti e dolcissime che hanno indicato all’umanità le vie segrete che dai sotterranei delle città portano fino alle stelle. La sua vita è stata un sogno spettacolare, una corsa a perdifiato che è andata oltre l’esistenza stessa, mossa dal bisogno viscerale di inventarsi una propria, assoluta libertà.
In vita è stato quasi di tutto: ingegnere, trombettista, scrittore, giornalista, traduttore, cantautore e molto altro. Nato nel 1920 a Ville-d’Avray, scopre a dodici anni di avere un grave problema al cuore. Consapevole di avere il tempo contato, vive ogni istante con una foga creativa straordinaria. Dopo la laurea inizia a lavorare come ingegnere, ma abbandona presto la professione per suonare la tromba, diventando rapidamente una figura centrale della vita culturale parigina. Stringe amicizia con intellettuali come Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, trasformandosi nel punto di contatto tra gli esistenzialisti di Saint-Germain-des-Prés e i migliori jazzisti del mondo – come Charlie Parker, Kenny Clarke e Duke Ellington – per i quali Vian era, al contempo, un faro e un fratello minore nelle notti parigine.
Di notte suona nei club sotterranei della capitale, di giorno scrive a ritmi folli, restituendo a parole l’anima di un’epoca musicale unica e arrivando a ricoprire, nel 1957, il ruolo di direttore artistico alla Philips. Ma oltre alla musica, è stata soprattutto la produzione letteraria di Vian a rappresentare qualcosa di raro, che chiede, ancora oggi, di essere scoperto a tutti i costi.
Il suo primo romanzo, J’irai cracher sur vos tombes (Sputerò sulle vostre tombe, 1946), nasce per soldi e per scommessa. Visto che i lettori francesi degli anni Quaranta erano affamati di autori statunitensi – difficili da reperire a causa della censura – Vian promette al suo editore di scrivere in tempo record un autentico romanzo americano scandaloso. Inventa così la figura di Vernon Sullivan, scrittore nero censurato dall’America razzista dell’epoca e, fingendosi il suo traduttore, scrive l’intero libro in soli quindici giorni. Sputerò sulle vostre tombe racconta di un ragazzo nero nato con la pelle chiara che, grazie a questo dettaglio, riesce a intrufolarsi negli ambienti borghesi per vendicare l’assassinio del fratello. È un romanzo fatto di alcol, sesso, musica e violenza, che vuole punire la società bianca, ricca e razzista. Sebbene sia nato quasi per gioco, si rivela un libro calibrato, la cui efferatezza è consapevole e strumentale a un’accorata denuncia del pregiudizio e dell’ingiustizia.
Ma se da un lato le violentissime storie dell’alter ego Vernon Sullivan scalano le classifiche e collezionano processi per oltraggio al pudore, dall’altro Boris Vian compone racconti e romanzi surreali, poetici e delicatissimi. Opere che, nonostante siano state lette all’inizio da poche centinaia di persone, costituiscono il vero specchio attraverso cui scoprire la personalità di un autore sempre pronto a farsi stupire dal mondo.
Emblematici, in questo senso, sono i racconti che verranno uniti nella raccolta Les Fourmis (Le formiche, 1949). Sono storie che mettono in scena situazioni completamente assurde, narrate però in un modo che le fa sembrare del tutto reali; ci troviamo così a credere ciecamente ai fornai a caccia di sudore della fronte per condire il pane e alle camere volanti con vista su ogni luogo. Vian è capace di raccontare il mistero di un’umanità che esiste, restituendolo al lettore da un’angolazione ignota che non smette di stupire a ogni riga, a ogni parola.
E poi c’è L’écume des jours (La schiuma dei giorni, 1947), il suo romanzo più bello, un’opera triste e ironica allo stesso tempo; emozionante e densa di surrealismo, neologismi e invenzioni quasi psichedeliche. Racconta la storia di Colin, un ragazzo che per svuotare la vasca da bagno non toglie il tappo ma trapana il fondo, che porta «sandali di cuoio di pipistrello rosso» e indossa «pantaloni di color verde acqua molto profonda». Colin vive suonando strumenti inventati e passando il tempo con un grande collezionista delle opere di «Jean-Sol Partre». Si innamora di Chloé e i due si sposano tra nuvole che sanno di coriandolo, alla presenza di un «Arcivettovo», settantatré musicisti, quattordici figli della fede e due pederasti d’onore. Ma dopo un folle viaggio di nozze Chloé si ammala: le cresce una ninfea nei polmoni. Con l’avanzare della malattia il dolore si fa sempre più grande e le geometrie della loro enorme casa – con i corridoi luminosi fatti di pareti di vetro dietro alle quali splendono dei soli – diventano sempre più anguste. L’abitazione si restringe progressivamente, fino a non poter contenere più nulla.
Boris Vian, con i suoi romanzi, coglie il lato drammatico della vita e l’essenza profonda dei sentimenti umani. L’aver vissuto con la morte alle costole, con la costante consapevolezza che sarebbe durato poco in questo mondo, lo ha portato a plasmare la sua stessa esistenza fino a renderla simile a un’opera d’arte. Ne è uscito un testimone esemplare di come si possano vivere moltissime vite in una sola… tutte quelle di cui si ha bisogno. Nel corso dei suoi trentanove anni non ha mai smesso di reinventarsi, fino alla morte per infarto il 23 giugno del 1959. Una fine avvenuta, ironicamente, nella sala di un cinema di Parigi, durante i primi minuti della proiezione del film tratto proprio da quel primo romanzo, Sputerò sulle vostre tombe.
