Cinema ·
Perché raccontiamo il dolore degli altri?
Di Elena Tonon
In ascolto
Il dolore proprio e il dolore degli altri da sempre vengono raccontati. Attraverso libri, canti, poesie, quadri, foto, film.
E da sempre vengono ascoltati, letti, accolti. Chi si immedesima, chi ne prende cinicamente atto, chi si sente sollevato nella propria non solitudine.
C’è però chi sostiene che guardare il dolore degli altri releghi ad una condizione di passività: stai osservando, non stai agendo. Sei al sicuro, comodo, distante. Partecipare emotivamente non è sufficiente a renderti davvero coinvolto.
Sei solo uno spettatore.
Non è un discorso nuovo, eppure rimane sempre attuale. Esiste una linea tra la spettacolarizzazione del dolore degli altri e la volontà di raccontare senza filtri una realtà diversa dalla propria senza cadere in cliché e banalizzazioni?
Recentemente nel panorama italiano un film ha sollevato con particolare violenza questa domanda, anche perché particolarmente violenta è la storia raccontata. Si tratta di “San Damiano”, documentario di Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuentes, realizzato alle porte della stazione di Roma Termini attorno alla vita delle persone che in quei pezzi di strada si sono ritagliati il loro spazio per sopravvivere.
La camera segue un gruppo di loro e, in particolare, Damiano, trentacinquenne di origine polacca, venuto in Italia con il sogno di diventare un cantante di successo. Damiano è violento, rabbioso, feroce: litiga a sangue con quelli che incontra, con quelli che, immobili, costellano quel luogo di transizione. Al contempo è estremamente dolce, infantile, fragile: canta, si innamora, fa sesso, si commuove mentre scrive le sue canzoni. Damiano si muove per le strade come scosso da una perenne scarica elettrica, alla disperata ricerca di una calma che possa quietare il rumore disturbante del suo passato.
Non fa sconti il documentario, non censura - o se ha censurato non lo ha fatto sicuramente con le immagini più sgradevoli o provocatorie -, restituisce in tutta la sua crudezza un microcosmo che esiste e che viene sistematicamente ignorato. Non ci sono falsi moralismi né tentativi di elevazione caritatevole, non ci sono pietismi. Si supera la spettacolarizzazione per immergersi e sporcarsi nel pantano e nel fango.
Eppure per qualcuno questo documentario è pornografia del dolore, puro esibizionismo e compiacimento dei due autori. In San Damiano le immagini shock sono diverse, gesti crudi esposti talvolta gratuitamente e filmati amatoriali inseriti per esibire fragilità umilianti - dove l’umiliazione deriva, come descritto in modo migliore da Kundera, dalla costrizione ad essere ciò che si è senza averlo davvero potuto scegliere.
Susan Sontag nel suo saggio “Davanti al dolore degli altri” scrive che quando si guarda un’immagine che ritrae il dolore di qualcun altro non si viene mai totalmente trasformati. Eppure, appare vitale documentare la realtà che ci circonda, anche quella più ignobile e vergognosa, per riconsegnarle un significato e un’importanza che non potrebbe avere altrimenti: la possibilità di essere memoria.
