Journal d’un corps di Daniel Pennac, illustrato da Manu Larcenet, edizioni Futuropolis.

Letteratura ·

L’illusione della libertà corporea

Di Alice Pettorazzi

In ascolto

“Quanti quaderni ci vorrebbero solo per descrivere tutto ciò che il nostro corpo fa senza che noi ci pensiamo?” si chiede Daniel Pennac nel romanzo Le journal d’un corps (2012). Pennac pone al centro della narrazione la storia di un uomo qualunque, o meglio, di un corpo qualunque. Anno per anno, giorno per giorno, il protagonista annota meticolosamente l’evoluzione del suo corpodall’età di 12 anni fino agli 87.

L’idea di riportare un diario segreto, apparentemente, non è così rivoluzionaria. La società impone diari di continuo: lo schema degli orari di lavoro, delle spese, dei viaggi, degli obiettivi, dei voti e ancora, l’holter pressorio, il diario alimentare, il contapassi, il peso sulla bilancia, teniamo traccia perfino dei nostri sbalzi d’umore, ma attenzione, per carità, a non mostrarsi troppo disperati perché si finisce dritto dallo psichiatra (e chissà cosa pensa la signora Maria del quarto piano di una che va in terapia). Tuttavia, Pennac, con questo romanzo, ha capovolto un modo di pensare. Ha trascritto a parole qualcosa di cui, in un banale diario corporeo, non si parla: le sensazioni, e lo ha fatto senza peli sulla lingua.

Una scrittura priva di pudore, libera; così sgarbata da creare quasi fastidio. Il risultato? La consapevolezza di avere un corpo vero,senza filtri, vestiti, nomi o etichette, che si può osservare e descrivere.

Allo stesso modo, Adrian Piper, nei primi anni di produzione artistica, ha immortalato il suo corpo giorno per giorno davanti allo stesso specchio nella sua stanza. Ha composto un diario di riflessi, di luci e di ombre. Lei è sempre la stessa figura nel medesimo luogo che prende nota di sé, esplorando l’idea di avere un corpo femminile, un seno, una vagina e di poterlo coprire o scoprire a piacimento. Anche il corpo di Piper, senza censure davanti allo specchio, è vivo, è consapevole, ha un posto nello spazio ed è libero di esprimersi. La stessa libertà che Piper mette alla prova attraverso la creazione di performances dove l’artista passeggia per le strade di New York osservando la reazione della gente alla vista del suo corpo “modificato”, per esempio, dall’utilizzo di bende, asciugamani, baffi, occhiali da sole eparrucche.

Una libertà che, a parole, sembra esistere dovunque, ma, in fin dei conti, osservando l’atteggiamento dei nostri corpi e in modo particolare dei nostri sguardi, non c’è da nessuna parte, anzi è la struttura sulla quale si erige un castello di contraddizioni.

Oggi puoi essere chi vuoi, devi essere chi vuoi, ma attento: se vuoi trovare un lavoro devi essere una persona composta; puoi vestirti come ti pare, ma non abbinare il blu con il nero perché risulta kitsch; puoi girare in minigonna, ma se ti stuprano è colpa tua; puoi fare sesso con chi vuoi, ma non farlo sapere troppo in giro.

Professiamo apertura verso ogni forma corporea, ogni colore di pelle, ogni genere umano, vantiamo la capacità di instaurare abilmente connessioni virtuali e umane. Eppure, tra i nostri corpi c’è una distanza abissale, una paura che ci tiene lontano e ci impedisce di alzare la testa e scambiare un sorriso con la persona che ci troviamo di fronte in tram.

Nonostante tutto, continuiamo a tenere diari, a studiare analiticamente corpi che vivono una vita apparentemente perfetta.

Ma quando si inizierà davvero a percepire la sensazione che si prova quando si incrociano gli occhi di un altro essere umano?