Teatro ·
L’arte di restare quando non succede niente
Di Alice Pettorazzi
In ascolto
Viviamo credendo di poter essere ovunque, connessi a tutto, sempre in movimento. Possiamo cambiare continuamente, reinventarci, scegliere chi frequentare, dove andare, chi essere. Eppure, proprio in questa libertà infinita, perdiamo il nostro posto.
Ci sentiamo fuori luogo anche quando tutto intorno sembra funzionare. Ci alziamo la mattina cercando di aderire a una forma, di sentire che “quel posto” ci appartiene davvero. Ma quale?
È come se fossimo bloccati in una scena teatrale che non finisce mai, un atto sospeso dove non succede nulla eppure tutto accade.
“Aspettando Godot”, l’opera di Samuel Beckett, i protagonisti restano li in attesa di qualcosa, o qualcuno, che possa dare un senso, una direzione. e allora assistiamo all’attesa e ci immergiamo nelle loro conversazioni, osserviamo i loro movimenti senza sapere.
Ma Godot non arriva.
E non sappiamo nemmeno se esiste davvero. Forse proprio in quell’attesa, nella domanda, c’è una risposta chiara.
Restare anche quando non succede niente. Anche quando siamo disorientati. Anche quando il vuoto fa paura.
Perché restare significa essere presenti, come sul palco.
Forse non dobbiamo per forza sapere dove stiamo andando. Forse basta imparare a stare e condividere l’attesa, lo smarrimento, la domanda.
