Lina Bo Bardi, Casa di Vetro, Brasile, foto di Francisco Albuquerque, 1951

Architettura ·

Lina Bo Bardi, quando un’artista attraversa una frontiera culturale

Di Melissa Zangrandi

In ascolto

Cosa succede quando un’artista attraversa una frontiera culturale? È possibile attraversare una frontiera culturale senza trasformare l’altro in oggetto del proprio sguardo?

Nella contemporaneità europea, il confronto con il multiculturalismo è una realtà quotidiana. Ogni giorno entriamo in contatto con tradizioni, linguaggi e modi di vivere provenienti da realtà a noi estranee, con cui spesso ci relazioniamo passivamente. Le culture che incontriamo raramente ci appaiono come organismi vivi, attraversati da una propria storia e da una propria complessità. Più spesso finiscono per trasformarsi in immagini semplificate costruite attraverso il nostro sguardo giudicante: diventano manichini plasmati a nostra immagine e somiglianza quando ci rassicurano, oppure assumono tratti animaleschi o mostruosi quando percepiamo la loro alterità.

Il rischio in cui incorriamo attraverso l’esposizione a questo “multiculturalismo passivo” è annullare le entità culturali e sostituirle con una loro rappresentazione fittizia, traviata dalla nostra interpretazione di esse. Ciò che osserviamo viene inevitabilmente filtrato dalle categorie culturali che già possediamo e, senza accorgercene, finiamo per interpretare l’altro secondo parametri soggettivi. È in questo spazio che può insinuarsi una forma sottile di imperialismo culturale: non soltanto fatta di imposizioni, ma anche di interpretazioni che finiscono per sovrastare la voce di chi osserviamo, fino al punto di sostituire un’identità con una sua imitazione colonialista.

“L’esperienza del tempo, inteso come presente, è ciò che è ancora vivo. Ed è questo presente a impedirci di cadere nella trappola del futuro. Il nostro compito è costruire un altro presente, un presente “vero”. Per riuscirci, è necessario comprendere storicamente il passato e saper riconoscere ciò che, in esso, può ancora servire alle nuove situazioni che il presente ci pone davanti.”

Questa riflessione, così attuale, è ciò che l’artista e architetta Lina Bo Bardi insegnava agli studenti della facoltà di architettura di San Paolo, a pochi anni dalla sua morte. Il suo percorso dimostra come attraversare una frontiera culturale possa significare non azzerare l’altro né rappresentarlo attraverso il proprio sguardo, ma lasciarsi trasformare da esso, agendo in uno spazio di rispetto e di condivisione culturale. Una visione che trova un’importante affinità con il concetto di antropofagia, teorizzato da Oswald de Andrade, secondo cui la cultura europea non deve essere né imitata né rifiutata, ma “divorata”, trasformata e mescolata con le tradizioni locali per dare vita a qualcosa di nuovo. È infatti proprio questa apertura dell’artista al cambiamento che caratterizza il fondamento della sua ricerca ed il suo modo di intendere l’arte, l’architettura e la cultura.

Il contesto culturale in cui Lina cresce e studia è quello di un periodo sofferto, di un’Italia stanca e segnata dalla distruzione bellica. Nata a Roma nel 1914, studia architettura e completa il suo percorso universitario con un progetto di laurea intitolato “Nucleo assistenziale di Maternità e Infanzia”. Le sue collaborazioni con personaggi di spicco della cultura italiana, come Gio Ponti e Carlo Pagani, la portano a Milano, dove pratica da architetta presso lo studio da lei fondati insieme al collega Pagani; si dedica inoltre a scrivere per svariate riviste di spicco, quali Grazia, L’illustrazione Italiana e Lo Stile. La voce di Lina è quella di un’artista multidisciplinare: non si dedica solo all’architettura e alla scrittura, ma anche a molteplici pratiche artistiche e progettuali, tra cui il disegno, la pittura, la progettazione e il designd’interni. In seguito si avvicinerà anche all’artigianato e al design di gioielli, abiti e oggetti d’uso comune.

Quando Lina e il giornalista e collezionista Pietro Maria Bardi si sposano, la loro vita cambia radicalmente. La coppia intraprende un viaggio in Brasile che coinvolge le loro prospettive professionali e personali, i loro sogni e le loro necessità, che una Milano straziata dalla guerra non è più in grado di assecondare. Pietro riceve un’offerta dall’imprenditore Chateaubriand per la direzione del museo di San Paolo. La coppia si trasferisce in Brasile nel 1947.

È nel 1951 che Lina realizza il suo più personale progetto: La Casa di Vetro, un’opera modernista che sarà la sua abitazione fino alla morte, nel 1992. A partire da questo momento, la sua vita si intreccia con il patrimonio culturale del paese, in un legame di ammirazione e rispetto per le sue pratiche artistiche che non si scioglierà mai. L’avvicinarsi alla cultura Tupì, afro-brasiliana e vernacolare, senza adottare un approccio folkloristico o nostalgico, diventa per Lina l’accento che caratterizza la sua ricerca: riconoscere forme di sapere che la modernità e il colonialismo avevano relegato ai margini, attribuendo loro un ruolo attivo nella sua visione contemporanea.

L’incontro con la cultura brasiliana, e in particolare con le tradizioni popolari, indigene e vernacolari, non è per Lina un semplice interesse etnografico. Diventa il punto di partenza per una riflessione radicale sul significato della cultura, sulla funzione sociale dell’architettura e sul rapporto tra arte e vita quotidiana. Questa prospettiva risuona con quella che Guy Debord definisce separazione tra cultura e vita. Se nella società contemporanea la cultura rischia di trasformarsi in una sfera autonoma, distante dall’esperienza quotidiana, Lina Bo Bardi promuove il sogno di una pluralità artistica collettiva. L’arte, l’architettura e il progetto tornano a essere strumenti della vita comunitaria, luoghi di incontro e di partecipazione, piuttosto che oggetti da contemplare: una lotta culturale contro l’annullamento dello spazio artistico, che separa arte e spettatore.

Le opere di Lina Bo Bardi sono pensate per essere vissute prima ancora che osservate. La loro forza non risiede nell’immagine che restituiscono, ma nelle relazioni che sono in grado di generare. L’architettura diventa un luogo d’incontro, di gioco, di lavoro, di educazione e di scambio. In questo senso, il suo lavoro incarna un’idea di arte senza frontiere: un’arte che non separa il museo dalla città, l’opera dalla vita quotidiana, la cultura popolare da quella colta.

L’abbattimento delle frontiere è la chiave di lettura per tutti i suoi progetti: dal restauro del Solar do Unhão, un insieme di edifici storici in stato di abbandono, adibendolo a nuova sede del Museo d’Arte Moderna di Bahia, passando per il Museo d’Arte di San Paolo, ispirato al potere comunitario delle agorà greche e caposaldo dell’architettura in seguito definita paulista, fino a culminare con il SESC Pompéia di San Paolo. Nel 1977, quando l’artista è chiamata a realizzare il progetto di restauro di una vecchia fabbrica metallurgica in disuso nella capitale brasiliana, si ritrova a confrontarsi con la realtà sociale dell’edificio, che ospita quotidianamente gli abitanti del quartiere in un’intimità del loro spazio sociale.

Lina decide quindi di modificare il progetto iniziale per non stravolgere la natura dello spazio comunitario, trasformandolo in una piccola oasi dove i bambini possano continuare a giocare a pallone e i vicini si ritrovino per chiacchierare. Lo spazio inferiore dell’edificio in cemento, allora inagibile a causa di infiltrazioni d’acqua sotterranee, viene ricostruito creando un corso d’acqua che ricorda un fiume, rispettando non solo la natura sociale del luogo, ma anchequella del territorio. Il SESC fu ufficialmente inaugurato nel 1986 ma lo spazio divenne attivo già anni prima, quando durante i lavori in corso ospitò un festival di musica punk diventando un punto di riferimento culturale per il movimento musicale.

Ad oggi, il SESC Pompéia è considerato tra le opere architettoniche più radicali e importanti del ventesimo secolo.

Ed è forse in questo suo ultimo progetto, più che in qualsiasi altro intervento urbano di Lina, che troviamo la risposta alle nostre domande, attraverso una visione quasi utopistica dell’abbattimento delle frontiere. Lina attraversa lo spazio in cui interviene come un’ anima onnisciente, la natura, le persone, la storia, è come se le parlassero e le suggerissero di creare spazi aperti, dove ogni essere possa sentirsi a casa.

Così Lina descrisse l’esperienza a San Paolo all’amico e architetto Bruno Zevi, quasi a suggerire metaforicamente di aver accettato l’incarico di una missione d’amore verso un paese che l’aveva accolta a braccia aperte e di cui si era tanto appassionata. Avendo finalmente trovato il posto in cui dedicare tutta se stessa, Lina Bo Bardi divora il Brasile e invita la sua nuova comunità a un convivio di culture e tradizioni che non saranno mai perdute né dimenticate.