Cinema ·
23.000 Vite e il diritto di essere più della propria tragedia
Di Martina Fettolini
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Il repertorio visivo a cui attingiamo istintivamente quando si parla di migrazioni è fatto di scene ormai radicate nel nostro immaginario, con gommoni sovraffollati, giubbotti di salvataggio, corpi esausti avvolti nelle coperte termiche dorate.
La necessità di immagini come queste è stata innegabile. Hanno avuto un ruolo fondamentale nel rendere visibile una tragedia che altrimenti sarebbe rimasta ai margini dello sguardo europeo e mondiale. Ma se è vero che dieci anni fa il dolore mobilitava l’opinione pubblica, generando empatia e indignazione, oggi siamo ormai tutti assuefatti all’orrore dell’altro. Ogni linguaggio, quando si cristallizza, crea inevitabilmente una zona d’ombra e finisce per oscurare la vita delle persone, come se la tragedia esaurisse la loro identità.
Il 17 luglio arriverà su Netflix una storia che in qualche modo si sposta da questo cono d’ombra. È il film 23000 Vite, ispirato alla storia vera della Iuventa, una nave acquistata attraverso una campagna di crowdfunding da un gruppo di giovani tedeschi dell’ONG Jugend Rettet, i quali, senza alcuna esperienza nel soccorso in mare, hanno deciso di pattugliare le rotte migratorie del Mediterraneo, contribuendo a salvare oltre 23.000
persone.
Ma al di là della ricostruzione cinematografica, è il documentario originale di Michele Cinque - anch’esso disponibile su Netflix dal 26 luglio - a rappresentare il fulcro di questa operazione. Questo documentario mostra lo sforzo, lungo ormai dieci anni, di spostare finalmente il focus del racconto: non ci si limita più a testimoniare l’orrore delle rotte, ma si affrontano i temi del diritto, della politica, del soccorso in mare e della criminalizzazione
della solidarietà. Al cuore di tutto, però, resta il racconto degli esseri umani.
Questo è lo stesso sguardo che emerge dalle fotografie di César Dezfuli, realizzate durante la prima missione della Iuventa nel 2016. Ci sono ragazzi e ragazze che sorridono davanti all’obiettivo, che indicano la macchina fotografica con l’entusiasmo di chi vuole essere visto.
Sono dettagli, questi, che hanno il potere di cambiare il punto di vista della narrazione, facendoci accorgere che queste persone non sono fatte della loro tragedia. Nessuno di noi vorrebbe essere raccontato esclusivamente attraverso il momento peggiore della propria vita. Eppure è ciò che accade continuamente nella rappresentazione delle migrazioni.
In questo senso, il lavoro di Michele Cinque, di César Dezfuli e di tutta la crew della Iuventa Jugend Rettet, diventa qualcosa di estremamente necessario – inquadrando la situazione in un’ottica capace di ricordarci che dietro ogni fotografia di un salvataggio esiste una persona che continua ad avere una storia, un carattere, delle passioni e un futuro possibile.
Perché nessuna tragedia dovrebbe diventare l’unico modo attraverso cui scegliamo di guardare un essere umano.
