Musica ·
I Festival come nuova forma di “Terzo Luogo”
Di Olga Bykova
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Il concetto di “Terzo Luogo” (Third Place), coniato da Ray Oldenburg nel 1989, definiva lo spazio tra la casa (il primo luogo) e il lavoro (il secondo).
Ma oggi il lavoro inizia a letto, prosegue al tavolo della cucina, finisce da qualche parte tra un messaggio vocale e una lezione di Pilates, e la sera magari ad un festival musicale, dove il luogo esiste solo finché esistono le persone che lo abitano. La sensazione è che stia diventando sempre più difficile stabilire dove accadano effettivamente le cose, e questo sfumare dei confini sta diventando impossibile da ignorare.
Il “classico” Terzo Luogo non è morto ma nemmeno facile da definire, e la domanda che viene da porci è se sia necessario ripensarlo in modo diverso. Forse non più come collocazione geografica ben definita, ma come stato temporaneo. Come “Luogo Fluido”.
Se la vita in città si trasforma, anche gli edifici devono cambiare. E lo stanno facendo. Oltre ai villaggi verticali, alle città-fattoria, alle torri della biodiversità, alle case “flip-flop” o alle pareti mobili nei micro-appartamenti, molto si sta muovendo intorno allo spazio multifunzionale.
Su Detail Magazine, Reinier de Graaf (Partner di OMA, Office for Metropolitan Architecture, celebre studio internazionale fondato da Rem Koolhaas) descrive l’architettura non come un oggetto finito, ma come una struttura di supporto riprogrammabile all’infinito. Più l’uso previsto è variabile, più la struttura deve essere neutra e robusta. Ciò che conta non è il programma funzionale in sé, ma la sua organizzazione: quali sovrapposizioni sono possibili, e quali necessarie?
“Solo gli edifici radicalmente flessibili, simili a infrastrutture, possono far fronte a ogni singolo cambiamento funzionale.”
Proprio per questo, de Graaf sostiene approcci progettuali che trattino il cambiamento non come un’interruzione, ma come parte integrante del concept. È paradossale, ma dice: “Gli edifici diventano più sostenibili quando permettono uno smantellamento agevole”.
Questo approccio può essere letto anche in chiave teorica. Invece di intendere lo spazio come un sistema gerarchico con centri fissi, lo si può concepire come una rete. Una Luogo Fluido che segue quella logica influenzata dal pensiero rizomatico di Gilles Deleuze e Félix Guattari: “senza un inizio chiaro, senza una fine definitiva, senza un controllo centrale.”
Il mixed-use (l’uso misto) è una risposta diretta a questa situazione. Le persone oggi cercano distanze brevi, una migliore fusione tra vita e lavoro, il cosiddetto work-life blending. E così un parco diventa un festival per un weekend: un luogo esistente viene trasformato in infrastruttura sociale, creato da chiunque si presenti. Di conseguenza, emergono sempre più concept a uso misto.
Tuttavia, quando parliamo di Mixed Use non stiamo parlando del semplice angolo caffè. Un angolo caffè nel vostro negozio in stile industriale non attirerà le persone e non è un’evoluzione verso un terzo luogo. Ma il nodo principale è capire come questi luoghi si possano mescolare. E se il loro scopo fosse veramente fluido, con intersezioni tipologiche inaspettate? Uno spazio la cui identità cambia completamente a seconda dell’ora, delle persone e del programma coinvolti.
Che dire del tempo prima e dopo l’orario di apertura? Ci sono spazi che potremmo usare diversamente? Ad esempio: un asilo nido al mattino, uno spazio retail durante il giorno e un festival la sera, dove la “X” nel mezzo diventa cruciale non solo come cambio di funzione, ma come condizione in cui uno spazio unisce le persone e si ridefinisce continuamente.
Centrale, in tutto questo, è il ruolo delle persone. La partecipazione e la co-creazione potrebbero rendere possibile non solo l’utilizzo degli spazi, ma la loro modellazione attiva guidata dalla comunità. Il semplice atto di essere fisicamente lì, condividere una presenza fisica temporanea con altre persone, diventa esso stesso una forma di architettura.
Rompere le categorie rigide e veder nascere gli incontri più inaspettati in luoghi dove non ce li aspetteremmo: ed è esattamente nell’intersezione inaspettata, nella rottura delle categorie rigide, che le cose diventano davvero eccitanti e sostenibili. Il futuro dello spazio non si progetta sui piani regolatori, ma si abita come un festival: un’infrastruttura dell’incontro in costante e fluida trasformazione.
