Variazioni su un pasto, Daniel Spoerri, 1964

Letteratura ·

Esaminate i vostri cucchiaini

Di Simone Resigotti

In ascolto

Capita di sentire che la nostra vita non sia abbastanza. Abbiamo l’impressione che tutto scivoli via e ci chiediamo come fare a trattenere tutto quello che se ne va. Diamo la colpa al tempo. Ci ripetiamo che le ore di una giornata non sono mai abbastanza e viviamo nella rincorsa disperata di qualcosa che sembra sfuggire per non tornare più.

Ma cos’è che stiamo perdendo davvero? Non un concetto astratto misurato in minuti, ore, giorni, anni… No. Quello che perdiamo davvero è l’ordinario, i momenti in cui non succede niente.

Sembra che la vita si riveli a noi solamente attraverso le eccezioni. Ci ricordiamo che le macchine esistono quando si schiantano, ci accorgiamo delle case quando vengono demolite e, a volte, capiamo di amare qualcuno soltanto quando lo perdiamo per sempre.

Nella fretta di registrare le cosiddette grandi cose, dimentichiamo che l’essenziale sta nelle piccole abitudini banali. Siamo anestetizzati all’ordinario. Lo attraversiamo senza pensarci, come se non contenesse nulla degno di essere salvato. Eppure la vita è quasi tutta lì.

Georges Perec lo definiva L’infra-ordinario e, nell omonimo libro, si chiede come fare ad accorgersi di quello che succede ogni giorno. Come liberare l’abituale dal rumore del sensazionale? Come restituire al quotidiano un significato capace di dirci qualcosa su quello che siamo?

L’opera è nata dal tentativo di «interrogare quello che ci sembra talmente evidente da averne dimenticato l’origine».

Perec scrive che ciò che dovremmo interrogare sono i mattoni, il cemento, i nostri utensili, i nostri orari. Tutto ciò che sembra aver smesso per sempre di stupirci. E arriva persino a esortare il lettore, con un appello a recuperare le tracce di uno stupore che è esistito e che, da qualche parte, è stato perduto:
«Fate l’inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi sulla provenienza, l’uso, il divenire di ogni oggetto che ne estraete. Esaminate i vostri cucchiaini.»

Una strada di Parigi osservata in giorni diversi e descritta in ogni numero civico; duecentoquarantatré testi di cartoline estive; l’inventario di tutto ciò che l’autore ha mangiato durante l’anno 1964; la descrizione dettagliatissima della propria scrivania, con la disanima completa di ogni singolo oggetto presente su di essa; una serie di passeggiate fatte a Londra… Sono queste le cose in cui ci si imbatte leggendo L’infra-ordrinario.

A prima vista sembrano cose inutili, e probabilmente lo sono. Ma certe futilità custodiscono molta più verità di tante grandezze attraverso le quali tentiamo di dare un senso alla nostra esistenza.

Come diceva Jack Gilbert nella sua poesia Highlights and Interstices (Momenti salienti e interstizi):

Pensiamo alle nostre vite ricordando soprattutto
l’eccezionale e i dolori. Il matrimonio lo ricordiamo
come figli, vacanze ed emergenze. Le parti meno comuni.
Ma il meglio è spesso quando non succede niente.
Come quando una madre prende in braccio la bambina
senza accorgersi e la porta attraverso Waller Street
mentre parla con l’altra donna. E se potesse
conservare tutto ciò? Le nostre vite accadono
negli intervalli tra cose memorabili. Io ho perso
duemila prime colazioni abituali con Michiko.
Ciò che più mi manca di lei è quella cosa
del tutto quotidiana che non riesco a ricordare.