Che cosa racconta di noi una casa?
Di Chiara Conforti
In ascolto
In arte contemporanea la casa, da spazio privato e apparentemente neutro, diventa uno strumento narrativo potentissimo. Non è più il rifugio caldo e protettivo della tradizione borghese: diventa metafora del Sé, una superficie freudiana di scontro tra identità e interiorità. Gli artisti intervengono sulla casa come si interviene su un corpo: la sezionano, la svuotano, la deformano. Essa rappresenta un contenitore semantico ampio e non del tutto intelligibile, strumentalizzato da personalità turbolente per parlare della propria interiorità.
Una delle opere d’arte contemporanee più significative che alludono all’intimità del domestico è My Bed, della giovane e provocatoria artista britannica Tracey Emin. L’installazione, realizzata nel 1998 dopo un attacco depressivo, diventa velocemente una delle opere chiave del movimento Young British Artists. L’opera consiste nel letto sfatto dell’artista, circondato da oggetti alla rinfusa prelevati direttamente dalla propria camera. My Bed è controverso e riceve numerose critiche: l’opera indaga il letto in quanto culla e tomba. La scena è sordida, violenta: attraverso la lente dell’ambiente domestico indaga ansie e depressione, esponendo una vulnerabilità in cui tutti noi possiamo, almeno in parte, identificarci. Non servono spiegazioni, il letto è umano ed è più esplicativo di qualsiasi parola scritta. Emin, attraverso di esso, ci parla del suo disperato bisogno di affetto, di essere capita e compresa.
Il concetto di casa viene indagato perfettamente da Haus u r, opera realizzata da Gregor Schneider quando dopo aver preso in affitto una casa a Rheydt nel 1985, presso la Unterheydener Strasse, ci ricostruì all’interno la vecchia casa di famiglia, quella che nel titolo definisce “la casa morta”. Come processo continuo durato più di un decennio, Haus u r ha rifiutato la pretesa dell’architettura di offrire permanenza e distinzione, privilegiando invece una fondamentale indeterminatezza. Haus u r utilizza l’identità della casa per far emergere in colui che vi entra sensazioni di angoscia e straniamento, giocando proprio sul valore intrinseco degli spazi domestici.
Anche Louise Bourgeois utilizza ampiamente il simbolo della casa per parlare di ferite e vissuto. Uno dei suoi soggetti più ricorrenti sono donne nude le cui teste vengono sostituite da case, e affrontano i temi della domesticità e dell’identità femminile. Utilizzò per la prima volta questo motivo negli anni Quaranta in una serie di dipinti intitolata Femme Maison (donne-case). Similmente, la fotografa Laurie Simmons realizza Walking House della serie Walking and Lying Objects (1987–1991), dove una donna sembra essere stata inglobata da una tipica casa suburbana. In entrambe le opere, la donna è inseparabile dalla casa, sia in senso metaforico che letterale; le due artiste infatti affermeranno che lo spazio domestico è convenzionalmente il “luogo delle donne”, definendo il corpo femminile come la vera casa archetipica.
La verità è che la casa è un terreno sfavorevole da studiare poeticamente, in quanto è prima un luogo fisico che psicologico, di conseguenza siamo abituati a indagarlo come oggetto geometrico, tangibile, dominato dalla linea retta; dovrebbe resistere, quindi, a metafore sul corpo umano e l’anima. Ma la trasposizione casa-umano avviene immediatamente, non appena la casa diventa spazio di consolazione e di riflessione umana.
È impossibile che non diventi teatro dello spirito, perché difende l’intimità dal mondo esterno.
