Tracey Emin con l’opera My Bed, 1998

Arte contemporanea ·

Un letto può diventare un’opera d’arte?

Di Alice Pettorazzi

In ascolto

Performance:
‹pëfòomëns› s. ingl. [der. di (to) perform «compiere, eseguire», dal fr. ant. performer «compiere», che è dal lat. tardo performare «dare forma»] (pl. performances ‹pëfòomënsi∫›), usato in ital. al femm. – 1. In senso generico, realizzazione concreta di un’attività, di un comportamento, di una situazione determinata.

Nella società contemporanea, dai primi anni della scuola elementare, siamo considerati performers. Le nostre prestazioni vengono valutate costantemente: la scuola si diverte ad analizzare le cosiddette “skills nascoste”, con il pretesto di scovare il talento innato di ognuno di noi. Cresciamo, così, con l’idea di dover ambire a diventare qualcuno, legittimare la nostra esistenza nel mondo sulla base delle nostre azioni che facciamo. Impariamo fin da subito lavorare sulla “forma” delineare una nostra possibile identità attraverso i vestiti, il taglio di capelli, i trucchi, i cellulari, una sorta di “giustificazione per esistere”, un grido della nostra presenza nel mondo fenomenico. Di conseguenza come delle piccole macchinette da computisteria produciamo senza sosta, troviamo un lavoro, viaggiamo in lungo e in largo, scegliamo gli amici, gli amanti, la casa, cerchiamo di costruire un senso alla nostra vita, o meglio per rendere valida la “performance”. A che scopo?

Everyone I Have Ever Slept With 1963–1995, anche conosciuta come The Tent, è stata una delle opere più significative nel percorso artistico di Tracey Emin. Concepita nel 1995, l’artista ha costruito una tenda da campeggio sulla quale ha cucito, applicando lettere di feltro, i nomi di tutte le persone con cui ha “condiviso il suo letto”. Se si conosce la poetica dell’artista, a prima vista si pensa che quest’opera sia stata creata con lo scopo di denunciare gli abusi sessuali che lei stessa ha subito nella sua vita, se si analizza più fra vicino ci si accorge che i nomi scritti sulla tenda non appartengono solamente alle persone con cui ha fatto sesso, ma sono citate tutte le persone con cui lei ha condiviso un luogo specifico e preciso: il suo letto.

Amanti di una notte, amici, fidanzati e non solo, tra i nomi compare anche quello della nonna con cui ascoltava la radio prima di addormentarsi e quelli dei due feti che lei stessa ha scelto di abortire. Un misto di amore, cura e memoria che culmina con la frase sul pavimento, rivolta a se stessa: “With myself, always myself, never forgetting”.

Il risultato finale? Un’opera stratificata, impregnata di significati ed emozioni. Alla vista ricorda un gioco per bambini o una notte avventurosa in campeggio. I materiali scelti sono facilmente reperibili, la tenda e il feltro rimandano ad una dimensione condivisa. Grazie alla semplicità di questo lavoro, Emin è riuscita ad esplorare temi complessi, difficilmente esauribili a parole.

Anni di vita racchiusi in quattro pareti. Un rifugio per isolarsi dal mondo esterno.

La tenda è stata distrutta nel 2004, a seguito di un incendio nella galleria di Charles Saccthi dov’era custodita. L’artista decise di non volerla rifare, dichiarando: “You can destroy the object, but you can’t destroy the idea”. Queste parole ribadiscono la forza concettuale del lavoro, rendendo la sua assenza ancora più significativa. L’opera è irriproducibile perché è frutto del momento, dell’idea e della persona che l’ha creata.
Tracey Emin ci ha permesso di vedere e si è lasciata vedere.

Al mondo d’oggi, lasciarsi vedere è un atto coraggioso e sincero. In una società complicata e multiforme, che apparentemente sembra sdoganata dai dogmi del passato, ma che vive ancora in essi attraverso nuove forme di controllo, mostrarsi è diventato una necessità quotidiana, un gesto di sopravvivenza alla sopraffazione.

Ogni mattina, una persona, si sveglia e fa colazione con il carosello delle storie Instagram. Sceglie dalla galleria una foto, la posta sulle storie e allo stesso tempo scrolla 800 post sugli eventi esclusivi della sua città, immaginando di essere altrove, chissà magari in qualche posto esotico, con l’obiettivo di disintossicarsi dal telefono (proprio l’elemento su cui sta riversando tutta la sua frustrazione).

Se si guarda all’etimologia del verbo mostrare, come riportato dalla Treccani, si scopre che deriva dal latino monstrare, a sua volta legato a monstrum: significa “far vedere, presentare ad altri perché osservi, esamini, giudichi”. Il verbo implica quindi una relazione diretta con un pubblico, con uno sguardo esterno che guarda e valuta. La mostra, in fondo, è questo: qualcosa che viene pensato e costruito per essere visto.

Nel caso di Tracey Emin, però, “mettere in mostra” assume un significato più complesso e ambiguo. Non si tratta solo di esibire: ma piuttosto di un gesto che ne sfiora un altro, quello del lasciarsi vedere. Due concetti apparentemente simili, ma in realtà molto diversi. Mostrarsi è un atto volontario, consapevole, spesso filtrato e preparato per lo sguardo altrui. Lasciarsi vedere, invece, è una forma di apertura, di vulnerabilità: implica accettare che l’altro entri in uno spazio intimo, senza mediazioni.

La tenda di Tracey Emin è potente proprio perché vive in questa ambiguità. È un oggetto esposto, un’idea pensata per una mostra, ma allo stesso tempo è uno spazio intimo, privato, quasi segreto. L’artista sa di avere un pubblico, ma si lascia attraversare. Mostra e si mostra, ma lo fa lasciando intravedere le proprie fragilità, come se ci permettesse di sbirciare nella sua camera da letto.

Lei non è presente fisicamente, ma la sua presenza si sente ovunque: è cucita nei nomi, nell’oggetto, nella memoria. E anche quando quell’oggetto viene distrutto, l’idea che lo sosteneva resta intatta, e continua a parlarci. È questo che rende l’opera unica: la sua forza non risiede solo nella materia, ma nella tensione emotiva che l’ha generata.
Egocentrismo? Forse. Ma è proprio mettendo se stessa al centro che Emin riesce a toccare qualcosa di universale. Si fa filtro delle proprie esperienze, costruisce un autoritratto fatto di frammenti, di nomi, di assenze. E proprio in questa sintesi riconosciamo anche una parte di noi.

Con un gesto semplice e visivamente leggero, una tenda colorata da campeggio, Emin ha fatto una rivoluzione. Ha condiviso l’intimità fisica, affettiva e mnemonica, rompendo ogni barriera tra arte e vita, tra ciò che si mostra e ciò che si è.

Nel 1979, Sophie Calle realizza la serie Les Dormeurs. “J’ai donc demandé aux gens de se succéder toutes les huit heures pendant huit jours”, racconta l’artista: per una settimana, sconosciuti si sono alternati nel suo letto, dormendo per alcune ore, mentre lei documentava l’esperienza scattando una fotografia ogni ora.
Anche in questo lavoro, il luogo diventa una chiave di lettura fondamentale. Il letto è uno spazio privato che si apre all’esterno, da intimo diventa condiviso. Evoca un passaggio, un rito silenzioso, un gesto di fiducia e abbandono.

Calle, a modo suo, si è lasciata vedere. Ma con un approccio diverso da quello di Tracey Emin. Se quest’ultima sceglie di mettersi al centro, costruendo un diario emotivo in cui la propria identità si intreccia a quella degli altri, Calle assume la posizione della testimone silenziosa. Nelle fotografie non appare mai, eppure la sua presenza è fortissima: è contenuta nel letto stesso, che porta le tracce del suo corpo e della sua quotidianità.

Non si espone direttamente, ma ci lascia entrare nella sua intimità attraverso i dettagli, le presenze altrui, il tempo che scorre. Si svela diventando spettatrice della propria vita, raccogliendo frammenti di una narrazione personale senza mai dichiararsi apertamente.

Per questo, sia Les Dormeurs che Everyone I Have Ever Slept With possono essere letti come archivi emotivi, autobiografici. In entrambe le opere, l’artista è presente, ma mai in modo esplicito. È un’assenza piena, che si fa sentire. Un’autorappresentazione che non passa per l’immagine, ma per l’atmosfera, per la memoria e per la scelta radicale di condividere un luogo intimo con lo sguardo dell’altro.

Ma perché il letto è così centrale nel discorso? Perché è il luogo del sonno e dormire è uno dei bisogni primari dell’essere umano. È lo spazio dove ci si abbandona, dove si sogna, si ama, si piange. Un rifugio quotidiano eppure potentemente simbolico.

Sia Tracey Emin che Sophie Calle lo scelgono come punto focale per destrutturare l’io, mettendo in crisi l’idea di identità come qualcosa di stabile, coerente, chiuso. L’io, nelle loro opere, è fluido: è attore e spettatore allo stesso tempo. È attraversato dagli altri. In Emin, cento nomi raccontano una sola persona. In Calle, più corpi si susseguono nello stesso letto, come in un rito silenzioso.
È un invito a immedesimarsi, ad aprirsi all’empatia. A ricordarci che non siamo isole.

Il filosofo John Berger, nel libro “Qui”, dove ci incontriamo, scrive: “Il numero delle vite che entrano nella nostra è incalcolabile.”
E lascia questa frase sola, al centro di una pagina bianca. Nient’altro. È come se dicesse che ogni incontro ci modifica, che siamo un archivio di presenze, una collezione di tracce lasciate dagli altri. E che, proprio per questo, la nostra identità è in continuo divenire.

Ma questo sentimento di essere uno, nessuno e centomila, mette in crisi. Forse è per questo che cerchiamo di trattenere tutto: esperienze, volti, momenti. Abbiamo paura che un giorno tutto svanisca. E così accumuliamo, come a voler costruire un archivio dell’io. Un tentativo, forse, di dare consistenza a ciò che in fondo ci sfugge, che ci spreme e noi, stremati, desideriamo solo un pò di calma.

E allora torniamo al letto.

Il poeta Jacques Prévert, nella poesia “Alicante”, lo descrive con straordinaria delicatezza:

Une orange sur la table
Ta robe sur le tapis
Et toi dans mon lit
Doux présent du présent
Fraîcheur de la nuit
Chaleur de ma vie.

Una scena semplice, forse un pò troppo sentimentale; tuttavia, nel “doux présent du présent” , il dolce presente del presente, è racchiuso un inno alla vita, alla presenza sensibile dell’altro, alla forza dei piccoli gesti. Gli ultimi versi, la “freschezza della notte” e il “calore della mia vita” concludono la poesia rilanciando un’urgenza: un contatto autentico profondamente umano.

In un tempo dominato dalla velocità, dalla performance e e dalle app di dating che trasformano l’intimità in scorrimento meccanico, il letto può essere un elemento rivoluzionario, un luogo concreto in cui, forse, ricominciare.