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Moda e teatro: confini da scucire
Di Alessandro Milzoni
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Nel 2022, il palco del Teatro Elfo Puccini di Milano ha accolto una nuova interpretazione di Edipo Re, diretta dal duo Bruni-Frongia. A firmare i costumi, non un costumista tradizionale, ma un nome della moda: Antonio Marras. Le sue creazioni hanno incantato il pubblico, diventando parte viva della scena come elementi narrativi a tutti gli effetti.
L’universo estetico di Marras – grottesco, romantico, profondamente materico – si è fuso con la tragedia sofoclea in modo naturale. Pizzi, veli, lane grezze, pellicce: ogni tessuto raccontava la fragilità e la potenza dei personaggi. Il costume, in questo caso, non si è limitato ad accompagnare l’azione, ma l’ha potenziata visivamente e simbolicamente.
Ma quando uno stilista firma i costumi di scena, chi racconta davvero la storia: l’abito o il personaggio?
È il teatro a vestirsi di moda o è la moda a fare teatro?
La creazione di un costume può ricordare quella di un abito di Haute Couture: pezzi unici, lavorazioni complesse, tessuti ricercati. Eppure, il ruolo del fashion designer in ambito performativo è molto diverso. Mentre il costumista è una figura altamente specializzata, che studia contesto storico, drammaturgia e psicologia dei personaggi, lo stilista sovrappone il proprio immaginario estetico alla narrazione, creando un cortocircuito di forme e contenuti.
Si tratta sia di una sfida tra visioni che di un incontro. Pensiamo ai costumi di Valentino per “La Traviata” o a quelli di Dolce&Gabbana per “Maria Stuarda”: esempi in cui l’identità del brand si fonde con l’identità dell’opera.
Del resto, la relazione tra moda e arti performative è lunga e feconda. Il teatro, e ancor di più il cinema, rappresentano per la moda un’enorme fonte d’ispirazione. Negli ultimi decenni, molti film hanno visto la partecipazione diretta di Maison celebri nella realizzazione dei costumi, trasformando il guardaroba dei personaggi in icone di stile.
Non è una tendenza recente. Già negli anni ’50 e ’60, stilisti come Hubert de Givenchy vestivano star del calibro di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Negli anni ’80, Giorgio Armani firmava i look di Richard Gere in American Gigolò. Oggi, Jonathan Anderson ha portato la sua visione contemporanea nei costumi di Queer.
Eppure, ci chiediamo: quando un look visto sullo schermo o sul palco entra nell’immaginario collettivo, è ancora costume o è già moda?
Il confine è sottile. Basti pensare ad Adrian, leggendario costumista della Hollywood classica, che ha vestito divi come Rodolfo Valentino e Joan Crawford. Pur non avendo mai creato una collezione, ha influenzato profondamente la silhouette americana del Novecento.
Forse, più che distinguere tra moda e costume, è più funzionale separare la moda dal fashion business, poiché il primo crea arte e il secondo profitto. Ed è proprio in questa zona franca, nell’incontro tra arti visive, scena e stile, che nasce qualcosa di unico. Come accade nei costumi di Antonio Marras per Edipo Re, dove il teatro indossa la moda e la moda diventa teatro.
