Arte ·
La “coolness” come criterio di rilevanza nell’arte
Di Martina Fettolini
In ascolto
Che cos’è davvero il cool, e perché oggi sembra non funzionare più come criterio di rilevanza nell’arte?
L’artista e critico Sean Tatol, attivo nella scena newyorkese e attento osservatore delle sue dinamiche culturali, descrive il cool come una qualità storicamente centrale dell’arte moderna. Non si parla di stile o di gusto, ma della capacità di un’opera di incarnare il proprio tempo, di renderlo riconoscibile attraverso forme, gesti e sensibilità che permettono allo spettatore di riscoprire il mondo in cui vive.
Un’eredità che risale almeno a Baudelaire, quando l’artista rappresentava la modernità non come mera realtà visibile ma come esperienza sensibile, fatta di percezioni, tensioni e sentimenti. In questo senso, opere come Olympia di Manet, il ready-made di Duchamp o Flag di Jasper Johns sono importanti e furono ritenute cool per il loro tempo perché seppero intervenire nel proprio presente, rendendo visibile qualcosa di profondamente contemporaneo, spesso disturbante e irriducibile alle convenzioni culturali dominanti.
Il cool di Tatol risiede quindi nella pertinenza al presente e nella capacità di produrre rilevanza. Per gran parte dell’arte moderna, generare “l’ora”, dare forma all’adesso, è stato il vero capitale simbolico, il terreno su cui si è giocata la competizione culturale. Ma secondo Tatol oggi questo meccanismo si è inceppato. Il cool, che un tempo funzionava come una sorta di licenza concessa all’artista (permettendogli di lavorare senza l’ansia costante di doversi dimostrare rilevante) è diventato esso stesso l’obiettivo. Una qualità rara, perseguita come merce, scambiata per valore in sé e svuotata della sua funzione generativa.
A rendere ancora più difficile la produzione di opere realmente pertinenti al presente è il peso persistente delle aspettative moderniste. L’idea dello “shock del nuovo”, della novità come valore in sé, continua a orientare le pratiche artistiche anche in un contesto radicalmente cambiato. Nell’epoca dello smartphone, dell’iper-visibilità e della sovrapproduzione di immagini, la sorpresa si è consumata e le convenzioni con cui l’arte ha storicamente segnalato la propria novità risultano oggi logore. Molti gesti che un tempo apparivano sovversivi si presentano ora come prevedibili e talvolta persino manieristiche. Gli artisti sanno che il potere del nuovo si è indebolito, ma faticano a immaginare come sostituirlo senza ricadere in forme di novità artificiosa.
Alla base di questa impasse si intravede una crisi dell’identità. Un senso diffuso di insicurezza, alimentato dalla trasformazione dell’esperienza operata dalla tecnologia digitale. L’artista è sempre più un “individuo in rete”: libero e flessibile, ma anche isolato, esposto, costantemente chiamato a rendersi visibile, a performare se stesso, a orientarsi in un ambiente sociale diffuso e astratto. Il riconoscimento arriva sotto forma di segnali deboli e intermittenti (principalmente like, visualizzazioni, attenzione momentanea) che rafforzano l’ansia di presenza senza mai stabilizzarla.
In questo contesto, il cool fatica a sopravvivere, perché nasce da una dialettica tra interiorità e scena sociale, tra solitudine e immersione, tra lavoro silenzioso e apparizione pubblica. Una dialettica che il digitale tende a indebolire, frammentando l’attenzione, colonizzando lo spazio privato e trasformando la performance sociale in una sequenza continua di micro-gesti visibili.
L’attenzione si frammenta, la presenza si assottiglia, l’immaginazione e la performance sociale perdono intensità. È qui che Tatol colloca la “morte del cool”, intesa non come la fine dell’arte, ma come l’esaurimento di una logica culturale. La fine di un’idea di coolness che per decenni ha orientato la produzione artistica, e che oggi sembra non riuscire più a sostenere il peso del presente.
