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Cinema ·

Il cinema italiano riparte dalla provincia?

Di Davide Merola

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La provincia non è soltanto un luogo geografico, ma una condizione interiore. È insieme senso di appartenenza e sentimento di colpa: qualcosa che si protegge e, allo stesso tempo, si tende a nascondere, cercando in qualche modo di compensarlo o superarlo. Da sempre rappresenta una risorsa inesauribile di racconti, dentro e fuori dal grande schermo, da cui il cinema italiano ha saputo attingere con continuità. Ne sono esempio le opere di registi come Cesare Zavattini, Antonioni, Fellini, Bertolucci, Bellocchio e Rossellini, le cui narrazioni si intrecciano profondamente con quei territori, sia sul piano del racconto sia come strumento di osservazione, documentazione e denuncia sociale. In questi tipi di film emergono temi ricorrenti: il rapporto con il denaro e con il lavoro, la subordinazione delle relazioni umane alle logiche dell’apparenza e, soprattutto, la voglia di fuggire.

Dal secondo dopoguerra in poi, questo tipo di racconto è andato progressivamente perso, assorbito dalla centralità quasi esclusiva delle produzioni cinematografiche prima romane e poi milanesi. Solo a partire dagli anni ‘90 si è affermato un tentativo di decentralizzazione dell’industria, che ha riportato le province (e le singole regioni) al centro dell’immaginario cinematografico italiano. Un processo che, nel frattempo, ha finito per abbracciare gran parte del Paese, anche grazie al contributo del documentario e del cinema popolare. Parallelamente, sul versante del cinema d’autore, si è affermata una ricerca sempre più palpabile delle realtà locali, viste sotto uno sguardo universale. Nel cinema italiano contemporaneo questa ricerca è diventata evidente soprattutto negli ultimi anni. In tal senso, Le città di pianura di Francesco Sossai rappresenta il caso cinematografico dell’anno: un film che non solo recupera una storia di provincia, ma torna anche a raccontare la classe lavoratrice di felliniana memoria, restituendo un ritratto lucido e significativo del Paese di oggi.

In provincia si lavora. Sempre, senza eccezioni. Chi non trova un impiego subito dopo gli studi, nel migliore dei casi, viene bollato come pigro; nel peggiore, di non essere abbastanza “uomo”. Ne I vitelloni di Fellini, nessuno dei protagonisti ha un lavoro stabile e questa condizione, insieme al loro modo di stare al mondo, li definisce più di qualsiasi altra caratteristica. Mostrandoli mentre vagano senza una meta precisa o trascorrono le giornate seduti al bar del paese, Fellini racconta molto più della semplice disoccupazione: mette in scena una inadeguatezza esistenziale, uno scarto profondo rispetto a ciò che la provincia si aspetta dai suoi adulti. Perché il lavoro, in questi contesti, non è solo un mezzo di sostentamento, ma un rito di passaggio quasi indispensabile per essere riconosciuti come tali.

Le città di pianura si inserisce in questa tradizione come un road movie che affonda le sue radici in questo cinema del passato. Il film racconta gli effetti della crisi del 2008 attraverso Carlo (Sergio Romano) e Dori (Pierpaolo Capovilla), due disillusi che irrompono nella vita del giovane co-protagonista, lo studente Giulio (Filippo Scotti), portando con sé il peso di un fallimento personale, ma anche collettivo.

I due protagonisti attraversano un Veneto di bar semivuoti, inseguendo un’ultima birra. Quella che il film restituisce è un’Italia composta da piccoli paesi anonimi e desolati. Sul piano narrativo, la trasformazione che investe i personaggi de Le città di pianura è concreta quanto i paesi segnati sulle mappe che consultano i protagonisti lungo il viaggio: cartine che finiscono per riflettere anche la loro interiorità malinconica. Il percorso diventa così l’esplorazione di un microcosmo che non esiste più e che, forse, è destinato a scomparire ovunque, non solo in questa regione. È un viaggio denso, che recupera la complessità della commedia all’italiana, popolata da figure improbabili e implausibili.

L’ossessione per il bicchiere della staffa è soltanto un pretesto. L’itinerario, da Venezia alla tomba Brion e alla memoria di Carlo Scarpa, si trasforma anche in un viaggio nell’immaginifico, dove i ricchi cittadini arrivano in elicottero, esibiscono un Rolex e svaniscono per diventare leggende metropolitane, anche in provincia. La loro presenza, tuttavia aleggia per tutto il film tra i cartelli “vendesi”, le finestre sbarrate, i locali chiusi, la cocaina, i cocktail, le birre analcoliche bevute di notte in autostrada: emerge un paesaggio in cui la terra si fa territorio e il territorio si svuota. Resta l’impressione che sopravvivranno solo le infrastrutture pensate per un movimento continuo, senza più luoghi reali da raggiungere.

Le città di pianura osserva i suoi personaggi e le loro esistenze senza giudicarle né compiangerle: in questo sguardo si inizia a riconoscere il segnale di un cinema italiano che torna ad avvicinarsi alla provincia con delicatezza. E ci vuole delicatezza perché questa Italia è il Paese dei “provinciali”, una parola che continua a portare con sé un’accezione di inferiorità e di chiusura, nonostante si tratti, molto spesso, di persone che hanno conosciuto il mondo più delle stesse città che le giudicano. Sono individui abituati a subire forme successive di colonizzazione: prima culturale, poi fisica, infine economica, fino ai processi di gentrificazione.

Raccontare la provincia adesso al cinema significa raccontare un Paese complesso, fragile e attraversato da una crisi profonda che le storie più popolari e i tagli alla cultura cercano di nascondere. Ma l’entusiasmo - talvolta polemico, talvolta seduttivo - per questi luoghi riabilitati dal cinema, cela queste e altre riflessioni più inquiete e problematiche, capaci di interrogare ciò che resta ai margini.