Perché tutti dovrebbero leggere Furore di Steinbeck
Di Simone Resigotti
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Furore è un romanzo che è anche una radiografia. Una lastra in bianco e nero che mostra lo scheletro dell’America durante la Grande Depressione e che, anche oggi, continua a rivelare molto dei problemi che stanno alla radice delle ingiustizie del mondo. E lo fa in modo chiarissimo e comprensibile da chiunque.
Pubblicato nel 1939, è stato insignito del premio Pulitzer per la narrativa e ha contribuito a far vincere a Steinbeck il Nobel per la letteratura nel 1962.
Il romanzo racconta il viaggio della famiglia Joad, contadini dell’Oklahoma espropriati delle loro terre e costretti a partire alla volta della California in cerca di lavoro e di futuro. La sua lingua è asciutta e necessaria. Ogni frase sembra scavata nella stessa polvere che i protagonisti calpestano lungo la strada del loro esodo.
La potenza del romanzo non sta solo nella storia che narra, ma nel modo in cui la narra. Steinbeck alterna i capitoli della vicenda dei Joad a grandi affreschi corali in cui il focus si amplia alla collettività degli Stati Uniti di quegli anni. Una voce che diventa epica, quasi biblica.
La famiglia Joad è numerosa: ci sono i padri, i figli e i figli dei figli. E l’appartenenza dei protagonisti a tre generazioni diverse lo rende un romanzo che, di fatto, è la storia di un popolo, di un’epoca.
È il racconto dei corpi stanchi, delle valigie improvvisate e dei camion fatiscenti che procedono lenti verso un’illusione di speranza. Eppure Furore, nonostante racconti di un periodo trascorso più di ottanta anni fa, non è un romanzo storico. Sotto la cortina del passato si cela un romanzo estremamente contemporaneo. Perché tutto ciò che descrive è ancora qui: lo sradicamento, la migrazione forzata, la promessa infranta del lavoro, la dignità calpestata, la ricchezza concentrata nelle mani di pochi… è tutto pericolosamente identico al mondo di oggi, solo con altri nomi.
Leggerlo significa imparare a riconoscere le contraddizioni della nostra realtà e acquisire gli strumenti per capirla a fondo e per diventare esseri umani più consapevoli.
Il viaggio della famiglia Joad è un viaggio che consuma, ma che unisce. La vera grandezza del romanzo, infatti, sta nell’umano che resiste, nella solidarietà tra sconosciuti, nella dignità conservata anche quando tutto sembra perduto e, soprattutto, nell’ira. Quella stessa ira che nasce quando l’ingiustizia diventa sistematica. Non è un caso che il titolo originale del romanzo sia The grapes of wrath (letteralmente: gli acini d’uva dell’ira). Perché è anche, e soprattutto, della rabbia che Steinbeck parla, di quella rabbia che fa crescere, nell’anima degli affamati, i semi del furore, che poi diventano acini, e gli acini diventano grappoli, ed è quando i grappoli sono pronti per la vendemmia che la furia si trasforma in coscienza e le cose iniziano a cambiare.
Furore è un libro che non offre consolazione, ma lucidità. Mostra la disuguaglianza come una struttura, non come una sfortuna. E ci ricorda che il dolore non è un fatto privato: è qualcosa che, se condiviso, può diventare forza collettiva.
Ecco perché tutti dovrebbero leggerlo: perché ci mette di fronte a ciò che preferiamo non vedere. Perché parla della nostra epoca meglio di molte analisi contemporanee. Ed è la prova che se un’opera letteraria è valida per il suo tempo, se è capace di catturare con precisione quel momento storico, allora è possibile che resti valida per tutti i tempi.
