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Charli XCX: Restare “troppo a lungo” nel panorama musicale
Di Davide Merola
In ascolto
Charli XCX a volte si filma sul suo profilo TikTok come se stesse su Facetime a parlare con i suoi amici. È incasinata, provocatoria e con la voglia di condividere: Brat è questo. Un disco che ha rivoluzionato i linguaggi comuni (normali), portando una “condivisione” senza ipocrisie all’interno dell’industria musicale. Come scrive Charli sul suo finsta @360_brat, nell’anniversario dell’uscita del disco, Brat è un album fatto con “pure passion and zero sacrifices” e per questo, destinato a rimanere. A maggio – sempre durante quelle che sembrano delle videochiamate – Charli xcx ha ammesso di essere triste, come se la celebrazione (da lì a qualche mese) dell’anniversario dell’uscita di Brat corrispondesse alla fine del suo ciclo vitale-culturale: “È davvero difficile lasciare andare questa cosa che è così intrinsecamente mia e che è diventata tutta la mia vita”, dice nel video. Poi però ammette di essere interessata al concetto di restare troppo a lungo (“the tension of staying too long”, dice). Non è una cosa che molti artisti direbbero ad alta voce. Che cosa significa, in realtà, ‘restare troppo a lungo’ e da dove arriva questo desiderio?
Nessuno si aspettava la Brat Summer, e vederla accadere davanti ai nostri occhi è stato sicuramente un evento culturale e mediatico di un certo spessore (nessuna sorpresa invece sul fatto che Charli si meritasse un momento come questo a cui si stava preparando da almeno dieci anni). Probabilmente, l’ultima volta che un album ha avuto un impatto così grande nell’industria, tale da rimanere ‘a lungo’ (che io ricordi), fu con Random Access Memories dei Daft Punk: altre icone che con quel disco (all’epoca ancora non sapevamo che sarebbe stata la fine del duo de Homem-Christo-Bangalter) continuavano la loro riappropriazione pluriennale di una vecchia recensione negativa, che definiva la loro precedente band Darlin’, “a daft punky thrash”. È allora una questione primariamente di linguaggio? Chissà se a Cannes, Charli XCX e Thomas Bangalter parlavano proprio di questo, mentre erano seduti vicini ad un evento, perché anche Brat è la riappropriazione di una parola in bilico tra due significati: quello che la identifica come un bambino che si comporta male ed è fastidioso, e quello che parla di una persona caratterizzata da un atteggiamento sicuro e indipendente.
Per più di dieci anni, anche Charli è stata in bilico. Poi l’iconica copertina verde (che adesso è “verde Brat”) ha incominciato a calare giù dal fondo dei suoi stage, spezzando questo equilibrio e convogliando tutto nell’unico significato di una persona sicura di sé, audace, indipendente e che non ha paura di esprimersi. Con una rappresentazione messy e ribelle, Charli XCX ha cercato con questi linguaggi (iper)normali, di abbattere la barriera tra artista e pubblico, sfidando quella concezione secondo cui in cima ci si sente soli. Ed ecco allora che sul palco porta i suoi amici, dal batterista-producer-marito George, a The Dare e A.G. Cook (gli altri pezzi fondamentali del team Brat), fino alle it-girl Gabriette, Alex Consani e Julia Fox. Tra di loro Charli si distingue a malapena: è nella folla a festeggiare con il pubblico come se fossero tutti lì per lo stesso motivo. Quando Brat vince tre Grammy lei dice al microfono “abbiamo vinto”. Non c’è nessuno “io”, non a caso.
Brat arriva in un momento in cui la gente desiderava nuova musica, in cui l’interesse per la rinascita della club culture stava raggiungendo il suo apice e il pubblico desiderava idiosincrasia dalle pop star. In breve, la gente era pronta per Brat e per Charli come non lo era mai stata prima. Lei, dal canto suo, è stata molto strategica: a partire dall’account privato, alla sua PARTYGIRL Boiler Room a New York lo scorso marzo, ha creato un nuovo senso di FOMO nella gente, portandolo a un altro livello. Come? Parlando con onestà delle relazioni, dell’imbarazzo, della maternità e di quanto siano difficili le amicizie. E con tutte le aspettative a cui sono sottoposte le donne (soprattutto nell’industria musicale) chi tra di loro non vorrebbe essere brat?
Guardate un qualunque video ripreso durante una delle più recenti esibizioni di Charli, e troverete sicuramente scritto qualcosa del tipo “come la spieghi questa sensazione agli uomini?”. Ironia a parte, la domanda è lecita e sancisce definitivamente il suo ruolo di icona LGBTQ+: è un traguardo che arriva dal 2016, dopo aver lavorato con la produttrice trans Sophie all’EP Vroom Vroom, la sua prima avventura nell’avant-pop e una delle prime iterazioni dell’hyperpop a ricevere l’attenzione del pubblico mainstream (che insieme all’album prodotto durante la pandemia, how i’m feeling now, spianeranno la strada a Brat). The gay gets it, come dicono online. Ma online sembrano volutamente ignorare che Brat è un album che parla a tutt*. Parla con le donne ma soprattutto parla di donne, agli uomini: è inevitabile in un disco che dice basta alle metafore pop fregandosene delle conseguenze. Charli litiga – anche per motivi futili – ma fa pace altrettanto facilmente quando capisce che per decostruire le sovrastrutture che l’hanno portata a quel punto, basta parlare (con Lorde in Girl, so confusing). Charli si sente in imbarazzo, ma non può fare a meno di questo bisogno di validazione da parte degli altri, in particolar modo quando si mette in competizione con le altre donne: sono le sue parole in sympathy is a knife, dove si rivolge anche al marito Georg che incarna un po’ quella categoria che l’ha spinta verso questo disperato desiderio di sentirsi validata. Ovviamente non è colpa di George di per sé, ma è anche colpa sua. È colpa nostra. E alla fine lui è la stessa persona che sembra non accorgersi di niente: “he’s so naive”, canta Charli. C’è spazio anche per riflettere sulla maternità in I think about it all the time, dove Charli condivide le sue incertezze e i suoi dubbi su quando o se fare questo passo nella sua vita. È un brano che arriva come una bomba introspettiva nella tracklist di Brat, ma col senno di poi non è neanche una sorpresa. Nel brano (probabilmente sempre rivolgendosi a George) dice: “So, we had a conversation on the way home / Should I stop my birth control? / ’Cause my career feels so small / In the existential scheme of it all”. È una contemplazione importante per un’altrettanto importante scelta di vita, alla stregua dell’interesse verso il “rimanere troppo a lungo”. L’altra faccia della medaglia. La disamina sul suo lyrical genius (come piace ironizzare anche a lei) dentro Brat potrebbe continuare, ma il punto è chiaro: Charli osserva il mondo femminile e quello maschile insieme. Pur rimanendo ai margini, è capace di plasmare in maniera attiva i temi di entrambi questi universi. È forse questo davvero l’elemento che ha reso Brat, brat.
E nonostante durante il suo tour Charli abbia provato a rovinare l’iconico telo verde che scende prima della sua entrata in scena (bruciandolo poi definitivamente a Glastonbury) la fine dell’era Brat è lontana. A rinvigorire la questione ci ha pensato l’insospettabile Taylor Swift, che con l’uscita del suo ultimo album The Life Of A Showgirl apre le porte ad un Brat Autumn frizzantino. Parte tutto dai temi che abbiamo già citato di Brat: dal ricercare una qualche sincera amicizia dentro un’industria che vorrebbe mettere le ragazze una contro l’altra, fino alla versione più viscerale del tema in sympathy is a knife. All’uscita del disco, Charli ci tenne a chiarire che nell’album non c’era nessuna diss track: i brani in questione, spiegò, parlavano piuttosto della complessità di essere una donna nell’industria musicale, costantemente messa a confronto con le proprie colleghe e, al tempo stesso, attesa ad essere amica di tutti. Se non lo eri, venivi facilmente etichettata come una “cattiva femminista”. Secondo Charli, si tratta di un’aspettativa irrealistica: ci sono giorni in cui ti senti sul piedistallo, altri in cui ti senti vulnerabile, insicura o addirittura competitiva. Emozioni difficili da affrontare in un ambiente in cui non se ne parla volentieri. Proprio per questo, quelle canzoni diventano un modo per rompere il silenzio. Ma si sa, internet non perdona. E aveva deciso che sympathy is a knife parlasse proprio di Taylor Swift. La teoria trovava forza nel gossip secondo cui, per un certo periodo, Taylor aveva frequentato Matty Healy, frontman dei The 1975 (una situationship che lei stessa ha raccontato nel suo penultimo album, The Tortured Poets Department). Un altro membro della band è il batterista George Daniel, oggi marito di Charli. Nel brano Charli canta di un sentimento irrazionale di gelosia, ma non di invidia; di disagio più che di odio. Canta di un’emozione tagliente, che la spingeva a un passo dal farsi del male. Taylor Swift non ne è la causa, e Charli non l’ha mai considerata tale. Succede però che Taylor Swift pubblica Actually Romantic (che già nel titolo parodizza everything is romantic di Brat) che esordisce così: “I heard you call me “Boring Barbie” when the coke’s got you brave / High-fived my ex and then you said you’re glad he ghosted me / Wrote me a song saying it makes you sick to see my face / Some people might be offended”. Il linguaggio puerile, quasi da bulla, cade proprio nel pieno del punto cantato da Charli e non riesce a dirci nulla (nè tantomento sembra volerlo fare) su temi più vasti e sociali. Semplicemente è una risposta con un dissing ad una canzone che non lo era.
Ciò che rende avvincente la presunta tensione tra Charli e Taylor è il modo in cui entrambe le artiste rispecchiano l’approccio dell’altra alla fama e alla narrazione. Entrambe scrivono di immagine, controllo e vulnerabilità. Entrambe giocano con la propria immagine pubblica. Il loro presunto scambio potrebbe essere semplicemente una coincidenza, oppure potrebbe trattarsi di due artiste che scrivono dello stesso sistema culturale da prospettive diverse. Sicuramente lontane.
Brat parla proprio di questo. E probabilmente ci permetterà a lungo, se non per sempre, di rimpolpare questo contesto con nuove letture. Perché come recitano le didascalie che chiudono i set di Charli XCX: “I want this to last forever / It wasn’t just a summer thing… / It’s a forever thing / Please don’t let it be over”.
